Donald Trump proclama la fine delle ostilità. Israele e Hezbollah continuano a scontrarsi tra loro. Beirut si svuota per paura dei bombardamenti. E il Libano, ancora una volta, si ritrova ostaggio di una guerra che nessuno sembra davvero in grado di fermare.
Il presidente degli Stati Uniti ha annunciato oggi che Israele e Hezbollah avrebbero concordato una riduzione delle ostilità dopo una serie di colloqui con il premier israeliano Benjamin Netanyahu e contatti indiretti con il movimento sciita libanese attraverso mediatori regionali. Un annuncio presentato come un importante successo diplomatico, ma che si è scontrato con la realtà nel giro di pochi minuti.
Mentre Trump dichiarava che Hezbollah aveva accettato di interrompere tutti gli attacchi e che Israele non avrebbe più colpito il gruppo libanese, l'esercito israeliano rilevava nuovi lanci di missili provenienti dal Libano meridionale e ordinava ai residenti del nord di Israele di rifugiarsi immediatamente nei bunker.
La distanza tra le parole della diplomazia e la realtà del campo di battaglia non avrebbe potuto essere più evidente.
Secondo Trump, nessuna truppa israeliana sarebbe entrata a Beirut e le unità che stavano avanzando verso la capitale libanese sarebbero state richiamate. Eppure poche ore dopo il governo israeliano autorizzava nuovi attacchi contro i sobborghi meridionali di Beirut, la cosiddetta Dahiyeh, roccaforte politica e sociale di Hezbollah.
In una dichiarazione congiunta, Netanyahu e il ministro della Difesa Israel Katz hanno giustificato l'ordine sostenendo che Hezbollah avrebbe ripetutamente violato il cessate il fuoco e lanciato nuovi attacchi contro città e cittadini israeliani. L'esercito ha quindi intimato agli abitanti dei quartieri meridionali della capitale di evacuare immediatamente, minacciando nuove operazioni militari qualora gli attacchi dal Libano fossero continuati.
La risposta della popolazione è stata immediata. Migliaia di persone hanno lasciato la zona nel timore di una nuova campagna di bombardamenti. Le strade in uscita dalla Dahiyeh si sono rapidamente congestionate mentre famiglie intere cercavano rifugio in altre aree della capitale.
Nel frattempo, durante la notte, l'aviazione israeliana ha continuato a colpire il Libano meridionale. Secondo le autorità libanesi almeno sei persone sono rimaste uccise, tra cui un cittadino siriano nella regione di Nabatiyeh. Altri attacchi hanno interessato villaggi e centri abitati vicini alla storica fortezza di Beaufort, recentemente conquistata dalle forze israeliane durante l'avanzata più profonda in territorio libanese degli ultimi venticinque anni.
Particolarmente grave il bombardamento che ha colpito la città portuale di Tiro. Un raid israeliano ha provocato pesanti danni all'ospedale Jabal Amel. I filmati diffusi dal Ministero della Sanità libanese mostrano donne e bambini terrorizzati all'interno della struttura, con finestre esplose e reparti devastati dall'onda d'urto.
Da parte sua Hezbollah ha rivendicato una serie di attacchi missilistici e con droni contro postazioni israeliane nel nord di Israele e contro unità dell'esercito presenti nel Libano meridionale. Il movimento sciita sostiene che le sue operazioni siano una risposta ai continui bombardamenti israeliani, mentre Israele le considera una violazione diretta degli accordi di cessate il fuoco.
Lo scontro appare quindi intrappolato in una spirale ormai consolidata: Israele colpisce sostenendo di agire per autodifesa; Hezbollah risponde sostenendo di reagire alle aggressioni israeliane; ogni nuova rappresaglia diventa la giustificazione per quella successiva.
In questo contesto estremamente fragile si aprono martedì a Washington nuovi colloqui diretti tra Israele e Libano. Si tratta di incontri storici, i primi negoziati ufficiali tra i due Paesi in oltre trent'anni, nonostante l'assenza di relazioni diplomatiche formali.
Hezbollah continua però a respingere qualsiasi trattativa diretta con Israele e punta piuttosto sul sostegno dell'Iran. Teheran ha chiarito che qualsiasi accordo di cessate il fuoco negoziato con Washington dovrà includere anche il fronte libanese.
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi è stato esplicito: un cessate il fuoco che venga violato in Libano equivale a una violazione dell'intero accordo regionale.
Intanto cresce la pressione internazionale. L'Arabia Saudita ha condannato l'espansione delle operazioni militari israeliane in Libano e ha chiesto alla comunità internazionale di impedire ulteriori avanzate. Anche il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite è stato convocato d'urgenza per discutere della situazione.
Il presidente libanese Joseph Aoun continua a sostenere la strada dei negoziati, definendola "più sicura della guerra". Una posizione condivisa dal presidente del Parlamento Nabih Berri, storico alleato di Hezbollah, che si è detto pronto a garantire il rispetto immediato e totale di una tregua da parte del movimento sciita.
Ma la domanda che lo stesso Berri pone alla comunità internazionale resta senza risposta: chi costringerà Israele a fermare la propria offensiva?
Dopo mesi di combattimenti, il bilancio umano è devastante. In Libano i morti hanno raggiunto quota 3.433, mentre oltre un milione di persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case. Sul fronte israeliano sono morti almeno 26 soldati, un appaltatore della difesa e due civili. Migliaia di residenti del nord del Paese vivono ancora lontano dalle proprie abitazioni.
La guerra che Trump ha annunciato come prossima alla conclusione continua dunque a consumare vite umane. E ancora una volta il Libano si ritrova sospeso tra le promesse della diplomazia e il rumore delle esplosioni.


