Meloni e il trito rituale dell'ennesima alluvione: dichiarare, stanziare (pochissimo), ringraziare... dimenticare!
Dichiarazione odierna della premier e camerata di fascisti d'Italia Giorgia Meloni:
"Nel Consiglio dei Ministri di oggi il Governo ha deliberato la dichiarazione dello stato di emergenza nazionale per Sicilia, Sardegna e Calabria, regioni maggiormente colpite dal maltempo di questi giorni. Abbiamo contestualmente stanziato 100 milioni di euro per i primi interventi urgenti. Lo Stato è vicino ai cittadini e ai territori. Le Regioni, con i loro Presidenti nominati commissari straordinari, avranno i mezzi e i poteri appropriati per intervenire in modo efficace e tempestivo. Vorrei ringraziare ancora una volta il Ministro Nello Musumeci, la Protezione Civile, le amministrazioni locali e tutti gli operatori dedicati al settore. Nelle emergenze, l'Italia sa essere una comunità ancora più unita".
La dichiarazione dello stato di emergenza per Sicilia, Sardegna e Calabria arriva puntuale, come sempre. Arrivano anche i ringraziamenti, i commissari straordinari e i 100 milioni per “i primi interventi urgenti”. Un copione già visto. Il problema è che, dopo gli annunci, la volontà politica di mantenere le promesse finisce per evaporare in men che non si dica.
Basta guardare all'Emilia-Romagna. Alluvioni devastanti, imprese e famiglie in ginocchio, impegni solenni del governo a “non lasciare indietro nessuno”. A distanza di mesi, però, i ristori sono arrivati a rilento, le procedure si sono incagliate nella burocrazia, e la ricostruzione procede a macchia di leopardo. Molti sindaci e cittadini lo ripetono da tempo: tra annunci e realtà c'è un abisso.
Dopo l'alluvione del maggio 2023, il governo varò un piano straordinario con commissario e risorse pluriennali: si parlò di 2,5 miliardi nel triennio 2023-2025.
Eppure, a distanza di tempo, l'Emilia-Romagna ha continuato a chiedere conto di ciò che era stato promesso e che non arrivava, mentre il governo proclamava di aver stanziato miliardi, sorvolando su fatto che stanziati non è equivalente ad inviati.
Il risultato? Indennizzi insufficienti, procedure lente, ricostruzione diseguale, risorse non allineate all'enormità dei danni.
Ma il punto non è solo quanto si stanzia, ma come e quando si interviene. Cento milioni, spalmati su tre regioni e su emergenze sempre più frequenti, sono un cerotto su una ferita strutturale. Ogni evento estremo viene trattato come se fosse eccezionale, quando è ormai evidente che eccezionale non è più.
Qui entra in gioco l'elefante nella stanza: clima e prevenzione. Questo governo continua a muoversi come se il cambiamento climatico fosse un fastidio retorico, non il moltiplicatore di tutte le crisi che stiamo vivendo. Si preferisce inseguire l'emergenza piuttosto che prevenire: poca manutenzione del territorio, investimenti timidi sulle rinnovabili, nessuna strategia seria di adattamento climatico. Si parla volentieri di “maltempo”, molto meno di adattamento, difesa del suolo, manutenzione dei bacini, rinaturalizzazione, piani urbani contro le ondate di pioggia violenta. Eppure i dati, le immagini e le vittime parlano chiaro.
Dire che “lo Stato è vicino ai cittadini” è facile. Molto più difficile è esserlo davvero, quando servono scelte impopolari ma necessarie: tagliare sussidi alle fonti fossili, accelerare su solare ed eolico, mettere in sicurezza fiumi e argini prima che esondino, non dopo. Sul fronte delle rinnovabili, ad esempio, report e analisi hanno denunciato ritardi autorizzativi e progetti bloccati, mentre l'obiettivo 2030 si allontana.
Nelle emergenze l'Italia sa essere unita, è vero. Ma l'unità non può diventare l'alibi per ripetere sempre gli stessi errori. Senza una svolta netta su prevenzione e transizione energetica, ogni nuovo “stato di emergenza” rischia di essere solo l'anticamera del prossimo disastro annunciato. E a quel punto, le parole non basteranno più.
Se il governo vuole davvero essere “una comunità unita”, cominci da una cosa semplice e concreta: meno propaganda dell'emergenza, più politica della prevenzione. E soprattutto: basta trattare il clima come un fastidio ideologico. L'acqua, come frane e smottamenti, non vota, ma presenta sempre e comunque il conto.