Mercoledì sera l'emittente israeliana Channel 12 ha rivelato che l'attacco aereo israeliano contro i leader di Hamas a Doha non è stato approvato all'unanimità all'interno dell'apparato di sicurezza di Tel Aviv.
Secondo quanto riportato, il capo del Mossad David Barnea si è opposto duramente alla tempistica e al luogo scelti per l'operazione, avvertendo che colpire in Qatar – mediatore centrale nei negoziati – sarebbe stato un "errore strategico". Barnea aveva proposto di attendere almeno fino alla scadenza fissata dal presidente USA Donald Trump per la risposta di Hamas alla proposta di cessate il fuoco. Alla sua posizione si sono allineati anche il capo dell'intelligence militare Shlomi Bender, il capo di stato maggiore Eyal Zamir e il maggiore generale Nitzan Alon.
Nonostante le riserve, l'operazione è stata lanciata comunque, utilizzando 15 droni e 12 missili. I vertici del movimento sono sopravvissuti perché erano usciti per la preghiera di mezzogiorno, lasciando i telefoni nella sala riunioni e ingannando così l'intelligence israeliana.
Il raid ha comunque provocato la morte di cinque persone, tra cui Humam al-Hayya (figlio di Khalil), il responsabile del suo ufficio Jihad Labad, tre collaboratori e una guardia di sicurezza qatariota. Fonti di Hamas hanno inoltre riferito al quotidiano saudita Asharq Al-Awsat che due membri dell'ufficio politico del movimento sono rimasti feriti, uno dei quali in condizioni critiche. Non sono stati forniti i nomi.
Doha, che aveva ricevuto rassicurazioni da Israele e Stati Uniti sul fatto che non ci sarebbero stati attacchi contro il proprio territorio, ha definito l'operazione un "devastante tradimento del suo ruolo di mediatore". Hamas ha accusato Washington di aver partecipato all'operazione insieme a Israele, parlando di una "frode" volta ad attirare i leader in un unico luogo in modo da assassinarli.
Nonostante l'attacco, la leadership di Hamas avrebbe deciso di proseguire i negoziati, puntando a una cessazione completa delle ostilità e al ritiro delle truppe israeliane dalla Striscia di Gaza. I contatti con i mediatori riprenderanno solo dopo che la situazione si sarà stabilizzata.
Intanto, però, Netanyahu minaccia il Qatar: "Dico al Qatar e a tutti i paesi che danno rifugio ai terroristi: o li espellete o li processate, perché se non lo fate voi, lo faremo noi". Una dichiarazione che fa intendere che Israele non intende fermarsi, non escludendo ulteriori attacchi nel caso Doha dovesse continuare a ospitare i vertici di Hamas.
Per avere un'idea di cosa accadrà in futuro, basti ricordare che oggi la Corte Suprema ha respinto la richiesta di Netanyahu di ridurre il numero delle udienze nei processi a suo carico (i cosiddetti "Casi 1000, 2000 e 4000" legati a corruzione e frode). Così dal prossimo novembre, il tribunale terrà quattro sessioni a settimana, un'accelerazione che i media israeliani descrivono come un colpo all'agenda politica e di sicurezza del primo ministro, già sotto pressione per le tensioni interne e la crescente instabilità regionale.
Pertanto, non è da escludere, anzi è altamente probabile, che per quella data il governo di Tel Aviv avrà scatenato un'altra crisi o peggiorato quella in corso.


