C'è qualcosa di profondamente rivelatore nella polemica scatenata da Giorgia Meloni contro la decisione degli organizzatori di Più libri più liberi di chiedere agli espositori una dichiarazione esplicita di adesione ai valori antifascisti. Non tanto per il contenuto della misura, quanto per la reazione scomposta e immediata della presidente del Consiglio, che ha scelto di trasformare una questione interna alla più importante fiera italiana della piccola e media editoria indipendente in una nuova battaglia ideologica.

La manifestazione romana arriva da mesi di discussioni accese. Infatti, nell'edizione precedente aveva fatto discutere la presenza della casa editrice Passaggio al Bosco, contestata da numerosi autori ed editori perché accusata di pubblicare opere che valorizzano figure e simboli riconducibili alla tradizione nazifascista e antisemita. Tra coloro che protestarono figurava anche Zerocalcare, che aveva rinunciato a partecipare all'evento.

Ora, in vista della venticinquesima edizione in programma dal 4 all'8 dicembre 2026 alla Nuvola di Roma, l'Associazione Italiana Editori ha annunciato una profonda riorganizzazione della manifestazione. Nuova governance, nuova squadra curatoriale coordinata da Paolo Di Paolo, revisione degli spazi espositivi e nuove procedure di ammissione destinate a privilegiare editori strutturati, con un progetto imprenditoriale stabile e coerente con le finalità della fiera.

Tra le novità figura anche l'esplicitazione dell'adesione ai valori antifascisti, un principio che secondo gli organizzatori non rappresenta altro che una conseguenza diretta dei fondamenti costituzionali della Repubblica italiana.


E Meloni grida alla censura!

È bastato questo perché Meloni parlasse di "patentino antifascista" e di presunta censura. Secondo la presidente del Consiglio, la richiesta sarebbe la dimostrazione di una concezione autoritaria della libertà di pensiero da parte della sinistra. Una lettura che appare quantomeno paradossale.

L'antifascismo non è infatti una posizione politica tra le tante presenti nel dibattito pubblico italiano. È il principio fondativo sul quale è nata la Repubblica dopo la caduta della dittatura mussoliniana, dopo le leggi razziali, dopo la guerra e dopo la Resistenza. Non si tratta di aderire a un partito, a una corrente culturale o a un orientamento ideologico specifico. Si tratta di riconoscere il quadro costituzionale dentro il quale si svolge la vita democratica del Paese.

Definire "censura" una dichiarazione di adesione a questi valori significa capovolgere completamente il significato storico e politico della parola.

La vera censura, del resto, era quella praticata dal fascismo. Furono i fascisti a chiudere giornali, perseguitare oppositori, vietare partiti, incarcerare dissidenti e imporre un pensiero unico. Richiamare oggi quei principi democratici come requisito per partecipare a una manifestazione culturale non equivale certo a replicarne i metodi.


L'assedio di Vannacci dietro l'operazione politica

Molti osservatori leggono l'intervento della premier come l'ennesimo tentativo di rincorrere sul terreno identitario e culturale la crescita politica di Roberto Vannacci.

Non è un caso che proprio Vannacci abbia immediatamente applaudito le parole della presidente del Consiglio, sostenendo che nessuno dovrebbe essere obbligato a dichiararsi antifascista per esprimere le proprie idee.

La coincidenza politica appare evidente. Con una parte dell'elettorato della destra fascista sempre più attratta dalle posizioni dell'ex generale, Meloni sembra voler evitare qualsiasi presa di distanza netta da ambienti nostalgici o da un immaginario politico che continua ad avere una sua influenza simbolica nell'universo post-missino da cui proviene Fratelli d'Italia.

Da qui nasce l'ambiguità che da anni accompagna il partito della premier: la difficoltà di pronunciare una parola semplice e inequivocabile. Antifascismo.

Le critiche dell'opposizione

Le reazioni sono state immediate. Giuseppe Conte ha accusato Meloni di usare una polemica artificiale per distogliere l'attenzione dai problemi concreti del Paese, dal caro vita alle difficoltà della sanità pubblica, passando per le controversie sulle grandi opere.

Il senatore del Partito Democratico Marco Meloni ha definito le parole della premier "vergognose", ricordando che la stessa presidente del Consiglio ha giurato sulla Costituzione nata dalla Resistenza.

Anche Nicola Fratoianni ha sottolineato come dichiararsi antifascisti non significhi limitare la libertà di nessuno, ma semplicemente riconoscere i valori democratici su cui si fonda la Repubblica.

Una polemica che racconta molto più di una fiera del libro

Al di là delle procedure di ammissione degli espositori, il caso rivela un nodo politico molto più profondo. In qualsiasi grande democrazia europea l'adesione ai valori che hanno sconfitto fascismo e nazismo rappresenta un presupposto quasi scontato della convivenza civile. In Italia, invece, continua periodicamente a trasformarsi in terreno di scontro.

Ed è forse proprio questo il dato più significativo della vicenda. Perché se una semplice dichiarazione antifascista riesce ancora a provocare reazioni tanto furiose da parte della presidente del Consiglio, significa che il rapporto della destra italiana con la propria storia resta irrisolto.

E mentre il mondo affronta guerre, crisi economiche e trasformazioni epocali, Giorgia Meloni sceglie ancora una volta di combattere una battaglia simbolica contro una parola che dovrebbe appartenere al patrimonio comune della Repubblica: antifascismo.