C’è un confine, sempre più sottile, tra informazione e propaganda. E stamattina quel confine è stato letteralmente asfaltato negli studi di Mattino 5, dove Giorgia Meloni ha potuto mettere in scena un lunghissimo monologo politico senza praticamente mai subire una domanda vera, un’obiezione concreta, un dato contestato o anche soltanto un accenno di contraddittorio.
Più che un’intervista giornalistica, quella andata in onda è stata una televendita governativa con accompagnamento musicale da talk mattutino per famiglie: tono rassicurante, domande accomodanti, sorrisi, assist continui e un conduttore trasformato in suggeritore di Palazzo Chigi. Altro che giornalista cane da guardia del potere: qui si è visto il barboncino da salotto del governo.
L’apertura era già un manifesto programmatico. Il “presunto giornalista” – perché chiamarlo intervistatore sarebbe generoso – introduce Meloni come la leader che guarda avanti “insieme agli italiani”, evocando famiglie, colazioni, bambini da portare a scuola, ansie quotidiane. Mancava soltanto la musica di sottofondo stile Mulino Bianco. Da lì in poi, una lunga passerella dove ogni domanda era costruita per consentire alla premier di recitare il proprio repertorio senza il minimo fastidio.
Sul caro energia, per esempio, nessuna domanda sul fatto che l’Italia continui ad avere prezzi energetici tra i più alti d’Europa nonostante tre anni di slogan e decreti tampone. Nessun riferimento agli extraprofitti, ai ritardi sulle rinnovabili, al caos sulle concessioni, alla dipendenza dal gas, ai continui annunci sul nucleare che restano propaganda futuristica senza uno straccio di centrale, di piano industriale o di calendario realistico.
Eppure Meloni ha potuto dire tranquillamente che il nucleare sarà “veloce, sicuro, pulito ed efficace”, senza che nessuno le ricordasse che in Italia non esiste ancora nemmeno il deposito nazionale delle scorie radioattive e che parlare oggi di energia nucleare come soluzione immediata al caro bollette è come promettere il teletrasporto per risolvere il traffico sulla tangenziale.
Poi il capolavoro retorico: la crisi energetica viene attribuita all’Iran, allo stretto di Hormuz, agli scenari internazionali (dimenticando che i veri responsabili sono i suoi cari amici e alleati Donald Trump e Benjamin Netanyahu). Mai una parola sul fatto che il governo continua a usare sistematicamente le crisi globali come gigantesco alibi universale per qualsiasi problema interno. Inflazione? Colpa delle guerre. Bollette? Colpa dell’Iran. Salari bassi? Colpa del contesto internazionale. Affitti impossibili? Colpa del mercato. In pratica l’unica cosa che non dipende mai dal governo Meloni è… il governo Meloni.
Naturalmente il conduttore non si sogna nemmeno di ricordare che gli stipendi italiani restano tra i più stagnanti d’Europa, che milioni di lavoratori hanno perso potere d’acquisto e che il famoso “taglio del cuneo” viene continuamente venduto come svolta epocale, dimenticando che viene ridimensionato dal fiscal drag, mentre il lavoro povero continua a esplodere.
E qui arriva un altro momento quasi surreale: il “piano casa”. Meloni parla di 100mila alloggi in dieci anni, di investimenti, di semplificazioni, di insegnanti che risparmieranno centinaia di euro. Tutto magnifico, peccato che manchino dettagli concreti, tempi certi, coperture chiare e soprattutto una risposta immediata a un’emergenza abitativa che sta devastando le grandi città italiane oggi, non nel 2036. Ma nessuno interrompe il flusso narrativo. Nessuno chiede: dove sono questi alloggi? Quando arriveranno? Con quali fondi? Come si impedisce la speculazione? Nulla. E non dimentichiamo poi il dato più surreale del piano casa di Giorgia Meloni: le 100mila case in 10 anni corrispondo, all'incirca, ad 1 casa in più in ognuno dei quasi 8.000 comuni presenti in Italia!
Il momento ancor più imbarazzante, però, arriva sul tema immigrazione e sicurezza. Qui Meloni viene praticamente accompagnata per mano verso il suo terreno preferito: islamismo, terrorismo, sbarchi, frontiere, opposizione complice. Una sequenza costruita quasi come un editoriale di partito più che come una conversazione giornalistica.
La premier riesce perfino a insinuare che la sinistra favorisca l’immigrazione anche per “fidelizzare il consenso elettorale” degli immigrati. Un’accusa enorme, gravissima, che in qualsiasi intervista degna di questo nome avrebbe richiesto almeno una richiesta di prove, di chiarimenti o di dati. Invece niente. Silenzio. Assist successivo.
Ancora peggio quando Meloni attacca indirettamente pezzi dello Stato e della magistratura sul tema Albania e immigrazione illegale, lamentando che “non si rema nella stessa direzione”. Tradotto dal politichese: se giudici e istituzioni non fanno ciò che vuole il governo, diventano un ostacolo. Un’affermazione pesantissima in uno Stato democratico. Eppure nessun contraddittorio. Nessuna domanda sul rispetto della separazione dei poteri. Nessun richiamo istituzionale.
Il tutto condito da battutine preparate, sorrisi complici e un tono da “chiacchierata tra amici” che ha definitivamente trasformato la trasmissione in una dependance comunicativa di Palazzo Chigi.
Il punto non è soltanto Meloni, che fa il suo mestiere di leader politica e sfrutta ogni spazio favorevole. Il problema è il giornalismo che abdica completamente alla propria funzione. Perché quando un’intervista diventa un corridoio senza ostacoli, il giornalista smette di fare informazione e diventa megafono del potere.
E il paradosso finale è che tutto questo avviene mentre il governo e i suoi sostenitori continuano a lamentarsi di presunti media ostili. Ostili? Stamattina sembrava di assistere alla televisione di Stato di un sistema dove il potere parla e il giornalista annuisce. Con la differenza che almeno nei regimi autoritari non fanno finta che sia pluralismo.


