Esteri

Ecco come la pensano i Paesi del Golfo della guerra in corso tra Iran, Usa e Israele

Nel Golfo Persico si respira un clima paradossale: rabbia profonda contro l'Iran, ma nessuna fiducia verso Stati Uniti. È questa la fotografia che emerge dalle testimonianze e dalle analisi raccolte negli ultimi giorni, mentre la guerra tra Teheran, Israele e Stati Uniti continua a destabilizzare la regione.

Abdulla al-Junaid, noto giornalista del Bahrain, non usa mezzi termini. Gli attacchi con droni e missili lanciati dall'Iran li definisce “la decisione più stupida di Teheran”. Eppure, non risparmia critiche neanche a Israele: accusa il premier Benjamin Netanyahu di aver trascinato la regione in una guerra inutile, dettata più da ambizioni politiche che da reali necessità strategiche.

“Non è la guerra giusta, nel momento giusto”, è il suo giudizio netto.

Dal 28 febbraio, quando sono iniziati i bombardamenti contro l'Iran da parte di Stati Uniti e Israele, la risposta di Teheran ha colpito direttamente diversi Paesi del Golfo: Bahrain, Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Oman.

Secondo dati diffusi dall'emittente Al-Arabiya, fino al 13 marzo l'Iran ha lanciato circa 850 missili e 2.650 droni verso quei Paesi, causando almeno una dozzina di vittime civili, in gran parte lavoratori stranieri.

Eppure, racconta al-Junaid, la vita in Bahrain continua quasi normalmente. Dopo uno shock iniziale, la popolazione ha ripreso le attività quotidiane, confidando nei sistemi di difesa aerea. Emblematico il caso di una giovane donna uccisa da detriti mentre si trovava in un caffè: un episodio tragico che però dimostra come la paura non abbia paralizzato la vita pubblica.

Dietro questa apparente normalità c'è anche una precisa strategia: i Paesi del Golfo, fortemente dipendenti dalla loro immagine di stabilità, cercano di evitare il panico e limitano la diffusione di immagini dei danni causati dagli attacchi.

La preoccupazione principale resta economica. Il blocco dello Stretto di Hormuz da parte dell'Iran — snodo fondamentale per l'export energetico — rappresenta un rischio enorme per i mercati globali.

Nonostante ciò, i leader del Golfo insistono sulla capacità di gestire la crisi. Il prezzo del petrolio, salvo oscillazioni temporanee, è rimasto sotto controllo. “Sappiamo qual è il nostro ruolo nella stabilizzazione del mercato energetico”, sottolinea al-Junaid.

Negli Emirati Arabi Uniti, l'analista Salem Alketbi conferma: niente panico, infrastrutture protette, vita quotidiana che prosegue. Anche il presidente Mohammed bin Zayed Al Nahyan ha ribadito pubblicamente che il Paese “sta bene”.

Ma sotto la superficie, qualcosa si è rotto. Secondo diversi osservatori, tra cui il ricercatore Michael Milshtein, nei Paesi del Golfo è crollata un'illusione durata anni: quella di poter convivere con l'Iran mantenendo un equilibrio pragmatico. Per decenni, le monarchie sunnite avevano cercato di “contenere la tigre iraniana”, mantenendo rapporti funzionali per evitare ritorsioni in caso di conflitto. Oggi quella strategia appare fallita.

Particolarmente significativo il caso del Qatar, storicamente più vicino a Teheran rispetto agli altri vicini. Anche qui il tono è cambiato: il primo ministro ha parlato apertamente di “tradimento” dopo gli attacchi iraniani.

Nonostante ciò, i Paesi del Golfo non si stanno schierando con entusiasmo con Israele e Stati Uniti. Anzi, cresce il malcontento verso chi ha avviato il conflitto.

Molti governi vedono l'intervento americano come sbilanciato a favore di Israele e contrario ai propri interessi. Anche il presidente Donald Trump è finito nel mirino delle critiche per il sostegno alle operazioni militari.

Il punto centrale è uno: nessuno crede davvero che questa guerra porterà stabilità. L'idea di rovesciare il regime iraniano, più volte evocata da Netanyahu, trova scarso consenso. Nei Paesi del Golfo prevale una logica pragmatica: meglio un nemico conosciuto che un caos incontrollabile.

“Non sappiamo cosa accadrebbe dopo”, è il timore diffuso. Per questo, più che un cambio di regime, si chiede un ridimensionamento delle capacità militari iraniane, in particolare missili e droni.

Un altro effetto della guerra riguarda i rapporti tra Israele e mondo arabo. Se gli Accordi di Abramo avevano aperto la strada alla normalizzazione, il conflitto attuale sembra andare nella direzione opposta.

“Dimenticatevi nuove normalizzazioni grazie a questa guerra”, afferma al-Junaid.

Le priorità oggi sono sicurezza e stabilità, non accordi diplomatici. È possibile, semmai, un rafforzamento della cooperazione militare — difesa aerea, sicurezza marittima, intelligence — ma senza passi politici ufficiali. Resta poi il nodo irrisolto della questione palestinese, che continua a rappresentare una condizione imprescindibile per molti Paesi arabi.

Alla fine, la posizione del Golfo è semplice, quasi brutale nella sua chiarezza: la guerra deve finire subito. Un conflitto prolungato metterebbe a rischio rotte commerciali, mercati energetici e stabilità globale. Per questo, tra diffidenze incrociate e interessi divergenti, l'unico obiettivo condiviso è la de-escalation.

“Ora come ora — sintetizza al-Junaid — questa guerra doveva finire ieri.”



Fonte: Times of Israel

Autore Ugo Longhi
Categoria Esteri
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