Teheran denuncia attacchi contro navi e infrastrutture portuali vicino allo stretto di Hormuz, parla di “aggressione illegale” e promette risposta militare. Poche ore dopo, la Marina iraniana annuncia il sequestro della petroliera Ocean Koi nel Mare di Oman, accusata di danneggiare gli interessi energetici della Repubblica islamica.

Nel Golfo Persico torna ad alzarsi il livello dello scontro tra Iran e Stati Uniti, in una spirale che rischia di trasformare nuovamente lo stretto di Hormuz in uno dei punti più instabili del pianeta. Il ministero degli Esteri di Teheran ha accusato Washington di aver violato il cessate il fuoco concordato nelle scorse settimane, denunciando attacchi contro due petroliere iraniane e contro alcune installazioni costiere nei pressi del porto di Jask e dello stesso stretto di Hormuz.

La dichiarazione diffusa dall'agenzia iraniana Irna utilizza toni durissimi e parla apertamente di “azione aggressiva” da parte delle forze armate statunitensi, sostenendo che gli attacchi sarebbero avvenuti nella notte tra giovedì e venerdì. Secondo la versione iraniana, le operazioni americane avrebbero preso di mira due navi cisterna appartenenti alla Repubblica islamica e alcune aree strategiche affacciate sul passaggio marittimo più delicato per il commercio energetico mondiale.

Teheran sostiene che le proprie forze armate abbiano reagito con una “risposta potente”, respingendo gli attacchi e impedendo agli Stati Uniti di raggiungere i loro obiettivi. Non vengono però forniti dettagli indipendenti sui danni subiti, né conferme esterne sulla reale portata degli scontri. Resta comunque evidente il peso politico dell'accusa iraniana, che definisce l'azione americana una violazione diretta dell'intesa di cessate il fuoco concordata ad aprile.

Nel comunicato del ministero degli Esteri iraniano compaiono anche riferimenti espliciti alla Carta delle Nazioni Unite e alla risoluzione 3314 dell'Assemblea generale Onu sulla definizione di aggressione. Una scelta tutt'altro che casuale: Teheran prova infatti a spostare il confronto dal piano militare a quello diplomatico e giuridico internazionale, cercando di presentarsi come parte colpita e non come attore destabilizzante della crisi.

La Repubblica islamica accusa inoltre la leadership americana di “confusione” e “incapacità di trovare una soluzione razionale”, parlando di escalation provocata da Washington e denunciando quella che considera una strategia di pressione permanente contro l'Iran. Nel testo viene chiamato in causa anche il Consiglio di Sicurezza dell'Onu, invitato ad assumersi la responsabilità di difendere pace e sicurezza internazionale.

Ma mentre Teheran denuncia la presenza militare americana nel Golfo come causa primaria dell'instabilità regionale, la situazione si complica ulteriormente con un altro episodio destinato ad aumentare la tensione sui traffici energetici. Poche ore dopo il comunicato contro Washington, la Marina iraniana ha infatti annunciato il sequestro della petroliera Ocean Koi durante un'operazione speciale nel Mare di Oman.

Secondo quanto riferito dalle forze armate iraniane, la nave sarebbe stata fermata perché coinvolta in attività considerate ostili agli interessi economici della Repubblica islamica. Teheran sostiene che la petroliera trasportasse un carico di petrolio iraniano e che stesse tentando di interferire con le esportazioni energetiche del Paese sfruttando la situazione di instabilità regionale.

Il comunicato militare precisa che l'operazione sarebbe stata autorizzata dal Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano e accompagnata da un ordine dell'autorità giudiziaria. I reparti speciali della Marina e i fucilieri navali avrebbero abbordato la nave, conducendola verso le coste meridionali iraniane prima della consegna alle autorità competenti.

Al di là della propaganda reciproca, il dato politico centrale resta uno: il fragile equilibrio costruito attorno allo stretto di Hormuz appare nuovamente vicino al collasso. In quell'area transita una quota enorme del petrolio mondiale e ogni incidente, reale o presunto, rischia di avere conseguenze immediate sui mercati energetici, sulla sicurezza marittima e sugli equilibri geopolitici dell'intero Medio Oriente.

L'Iran insiste sulla necessità di costruire un sistema di sicurezza regionale senza interferenze esterne, invitando i Paesi del Golfo a ridurre la dipendenza dalla presenza militare americana. Ma il sequestro di una petroliera, sommato alle accuse di attacchi armati e violazioni della tregua, dimostra quanto la regione resti intrappolata in una logica di pressione, rappresaglia e deterrenza reciproca dalla quale, almeno per ora, nessuno sembra realmente intenzionato a uscire.