Teheran invia la propria replica alla proposta americana attraverso la mediazione pakistana, ma droni, minacce militari e tensioni sullo stretto di Hormuz mostrano quanto il cessate il fuoco resti fragile e instabile.
C'è un dettaglio che racconta più di molti comunicati ufficiali: la risposta iraniana all'ultima proposta americana per il cessate il fuoco non è stata trasmessa direttamente a Washington, ma affidata alla mediazione del Pakistan. È il segno di una guerra che, pur rallentata da una tregua precaria, continua a essere dominata dalla sfiducia reciproca, dalle diplomazie parallele e dalla convinzione, da entrambe le parti, che il conflitto possa riesplodere in qualsiasi momento.
Il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif ha confermato che Islamabad ha ricevuto il nuovo messaggio iraniano, ribadendo l'impegno del Pakistan nel tentativo di costruire una pace duratura nella regione. Non è un ruolo secondario. Negli ultimi mesi Islamabad si è trasformata in uno dei pochi canali credibili di comunicazione indiretta tra Teheran e Washington, cercando di evitare che la guerra sfoci in un incendio regionale incontrollabile.
Ma mentre la diplomazia prova a restare in piedi, il Medio Oriente continua a parlare soprattutto il linguaggio delle minacce. L'Iran insiste sul fatto che i negoziati debbano concentrarsi anzitutto sulla fine definitiva della guerra e sulla sicurezza marittima nel Golfo Persico, rinviando invece il dossier nucleare, che Washington considera centrale. Gli Stati Uniti, sostenuti da Israele, pretendono invece non soltanto la riapertura stabile dello stretto di Hormuz, ma anche un drastico ridimensionamento del programma atomico iraniano e il trasferimento all'estero dell'uranio arricchito accumulato da Teheran.
Ed è proprio qui che il negoziato rischia di incepparsi. Secondo l'Agenzia internazionale per l'energia atomica, l'Iran possiede oltre 440 chilogrammi di uranio arricchito al 60%, una soglia tecnicamente vicina a quella necessaria per la costruzione di un'arma nucleare. Per Israele questo materiale non può restare sul territorio iraniano. Il premier Benjamin Netanyahu continua a sostenere che la guerra non sia realmente conclusa finché quell'uranio non verrà rimosso, mentre da Teheran arrivano messaggi opposti: gli impianti nucleari sono in “massima allerta” e qualunque tentativo di colpirli o sequestrare materiale strategico provocherebbe una risposta militare immediata.
Nel frattempo il cessate il fuoco viene continuamente messo alla prova sul terreno. Nelle ultime ore droni hanno sorvolato lo spazio aereo di Qatar, Emirati Arabi Uniti e Kuwait, mentre un'imbarcazione ha preso fuoco al largo di Doha. Gli Emirati sostengono di aver abbattuto due droni attribuendoli all'Iran, anche se non sono arrivate rivendicazioni ufficiali. Episodi che dimostrano quanto il Golfo resti una polveriera dove basta un singolo incidente per riaccendere lo scontro diretto.
Lo stretto di Hormuz continua a essere il vero epicentro della crisi. Da lì passa una quota enorme del petrolio e del gas mondiale e il suo blocco parziale, imposto dall'Iran dopo l'inizio della guerra, ha già scosso i mercati internazionali. Gli Stati Uniti hanno risposto con il blocco dei porti iraniani e con operazioni navali sempre più aggressive, compreso il recente attacco a petroliere iraniane accusate di violare il blocco marittimo. Teheran, attraverso i Guardiani della Rivoluzione, ha minacciato “assalti pesanti” contro basi americane e navi occidentali in caso di ulteriori attacchi.
In questo scenario, anche l'Europa rischia di essere trascinata dentro una crisi che non controlla. La proposta franco-britannica di una futura missione internazionale per garantire la sicurezza marittima nello stretto è stata accolta dall'Iran con parole durissime: qualsiasi cooperazione con quelle che Teheran considera “azioni illegali americane” provocherebbe una risposta immediata. Il presidente francese Emmanuel Macron ha cercato di ridimensionare la tensione spiegando che non si tratterebbe di una missione militare offensiva, ma il clima ormai è talmente deteriorato che anche le iniziative teoricamente difensive vengono interpretate come provocazioni.
Sullo sfondo resta poi il fattore più imprevedibile: la leadership iraniana. I media statali hanno riferito che il nuovo leader supremo Mojtaba Khamenei avrebbe impartito direttive “decisive” per continuare il confronto con i nemici, pur senza apparire pubblicamente. Una scelta che alimenta interrogativi sulla reale catena di comando a Teheran e sulla possibilità che, dietro la trattativa diplomatica, continui a prevalere una logica di confronto militare permanente.
La sensazione è che nessuno, oggi, voglia davvero una guerra totale e simultaneamente nessuno sia disposto a fare il primo passo indietro. Gli Stati Uniti concedono “un'ultima possibilità” alla diplomazia, l'Iran parla di pace ma continua a brandire la leva strategica di Hormuz, Israele considera insufficiente qualsiasi accordo che lasci intatto il potenziale nucleare iraniano e le monarchie del Golfo osservano con crescente paura un conflitto che potrebbe travolgere rotte commerciali, economia e stabilità regionale.
È la diplomazia del sospetto: si negozia mentre si preparano le prossime mosse militari. Ed è forse questo il dato più inquietante di tutta la crisi.


