L’Ufficio parlamentare di bilancio (UPB) ha validato le previsioni del Documento programmatico di finanza pubblica 2025. Un atto dovuto, ma il tono del comunicato è tutt’altro che entusiasta. Dietro le formule tecniche e le parole come “prudenza”, “cautela” e “coerenza con le raccomandazioni europee”, si nasconde un giudizio implicito: il governo non ha una visione economica, solo un manuale di sopravvivenza contabile.

La cosiddetta “manovra lievemente espansiva” vale appena 0,2 punti di PIL in tre anni — un’inezia, spacciata per politica di crescita. È la fotografia di un Paese che non cresce, non innova e non redistribuisce. Tutto per rispettare il nuovo Patto di stabilità e le sue “raccomandazioni” che continuano a dettare l’agenda, a costo di strozzare qualsiasi politica industriale o sociale.

Il governo parla di “prudenza sui conti pubblici”, ma si tratta in realtà di paralisi programmata. Ogni euro di bilancio è incatenato ai parametri europei, ogni margine di spesa è già ipotecato. L’UPB lo dice chiaramente: “scarsi i margini di manovra in caso di necessità”. Tradotto: se qualcosa va storto — una crisi energetica, un rallentamento globale, o semplicemente una nuova emergenza sociale — non ci sono fondi. Nessun piano B.

Intanto il debito resta alto e la riduzione prevista dal governo è, secondo l’UPB stesso, basata su ipotesi “ambiziose”, cioè fragili. Si parla di “programma di dismissioni”, ma nessuno spiega quali beni pubblici finiranno svenduti per inseguire una statistica. E mentre i numeri del PIL oscillano di qualche decimale, il Paese reale continua a scivolare: precarietà, salari bassi, welfare smantellato.

Il miraggio del PNRR
A oltre quattro anni dall’avvio, il Piano nazionale di ripresa e resilienza si rivela un labirinto burocratico più che una leva di sviluppo. L’UPB fotografa una situazione paradossale: oltre 447 mila progetti, ma solo l’85 miliardi effettivamente spesi su 157 previsti. Il resto è disperso tra carte, piattaforme digitali e “rimodulazioni”.

Il governo annuncia l’ennesima revisione del Piano, che “libererà risorse nazionali”, ma il significato reale è un altro: arretramento degli investimenti pubblici e spostamento di fondi verso misure già esistenti. In pratica, un rimpasto contabile per mascherare i ritardi strutturali. E al Sud, dove il PNRR avrebbe dovuto significare riscatto, le risorse restano sotto la soglia del 40% promesso.

Difesa sì, welfare no
L’unico capitolo che non sembra conoscere tagli è quello militare. L’UPB sottolinea con toni diplomatici la “prudenza” del governo nell’attivare la clausola di salvaguardia per le spese della difesa — una formula che in realtà consente di finanziare in deficit nuovi armamenti fino a 0,5% del PIL.

Mentre la sanità pubblica soffoca e gli enti locali tagliano servizi essenziali, la priorità politica resta l’aumento del budget militare. Persino le simulazioni dell’UPB avvertono: questa scelta farà risalire il debito pubblico e richiederà in futuro “aggiustamenti più ambiziosi” — cioè nuovi tagli.

È la solita equazione del neoliberismo in uniforme: più spese militari, meno spesa sociale.

La narrazione della “responsabilità”
Il governo rivendica la “validazione” dell’UPB come un voto di fiducia. Ma è una lettura distorta. L’Ufficio si limita a certificare che le stime “rientrano nei margini di accettabilità”, non che siano realistiche o socialmente desiderabili. È come dire che il malato respira ancora, ma il medico non garantisce la guarigione.

La verità è che la manovra è neutrale per il 2025, appena espansiva dal 2027, e intanto il Paese reale non ha più tempo. Il governo si rifugia dietro la “credibilità dei mercati” mentre milioni di persone scivolano nella povertà lavorativa, e la politica di bilancio viene scritta con lo sguardo fisso su Bruxelles.

Il coraggio che manca
L’UPB parla di “preservare la qualità degli interventi e proseguire con le riforme”. Ma la qualità non si preserva con la contabilità creativa né con i saluti ossequiosi all’Unione europea. Serve una scelta politica: rompere con la logica del vincolo e restituire alla spesa pubblica il ruolo di leva per l’uguaglianza e lo sviluppo.

Il governo invece sceglie la via della prudenza — cioè dell’immobilismo. È una prudenza che sa di resa.