C'è un modo semplice per capire questa riforma: non guardare lo slogan ("separiamo le carriere per avere giudici più terzi"), ma guardare dove interviene davvero. Il testo è breve e i suoi snodi sono tre: due Consigli superiori della magistratura, sorteggio dei componenti, Alta Corte disciplinare

È lì che si gioca la partita. E infatti la "separazione delle carriere" è soprattutto la cornice comunicativa: utile a vendere l'idea di una giustizia più imparziale, mentre il cuore della riforma riguarda il governo della magistratura.


"Non serve a nulla" (ai cittadini): la separazione è già, di fatto, molto avanzata

Chi sostiene il Sì promette che la separazione renderà i giudici più terzi e il processo più "accusatorio". Ma questo argomento si scontra con un dato elementare: da anni i passaggi di funzione tra pm e giudice sono già rarissimi e fortemente limitati. La riforma Cartabia ha ulteriormente ristretto la mobilità tra funzioni (di fatto: un solo passaggio, entro limiti temporali e con vincoli stringenti), e lo stesso materiale divulgativo dell'ANM ricorda numeri minimi di passaggi negli ultimi anni, citando anche dati emersi in audizione della Prima Presidente della Cassazione

Se il problema reale della giustizia italiana è la durata dei processi, l'organizzazione degli uffici, la carenza di personale amministrativo, la digitalizzazione che procede a singhiozzo, la scopertura di organico, l'arretrato, allora questa riforma non tocca il problema. Non accorcia un processo di un giorno. Non aumenta un cancelliere. Non rende più rapida una notifica. Non migliora la qualità delle decisioni. Semplicemente sposta equilibri di potere.

A che serve allora questa riforma?


Intervenire sullo "scudo" dell'indipendenza

Il Consiglio Superiore della Magistratura nasce storicamente per una ragione: proteggere l'autonomia e l'indipendenza della magistratura dagli altri poteri, governando carriere, trasferimenti, incarichi e valutazioni. Proprio per questo, mettere mano al CSM significa mettere mano allo "scudo" costituzionale della giurisdizione.

La riforma sostituisce l'attuale assetto con due organi distinti, uno per la magistratura giudicante e uno per la requirente.
E non si limita a "sdoppiare": cambia il metodo di selezione in modo radicale. I componenti (salvi i membri di diritto) vengono estratti a sorte:

  • per un terzo da un elenco di professori ordinari e avvocati che il Parlamento compila mediante elezione;
  • per due terzi tra magistrati giudicanti o requirenti, con procedure demandate alla legge.

Questo è il cuore politico-istituzionale della riforma: ciò che si divide si indebolisce, ciò che si sorteggia si priva di autorevolezza. Non è una battuta: è un effetto strutturale.

Dividere il CSM significa frammentare una tutela che oggi è unitaria: due catene decisionali, due logiche interne, due culture organizzative, due sistemi di incentivi. In un ordinamento dove il pm è (ancora) magistrato, separarlo nell'autogoverno non è neutro: prepara la strada a differenziare status e garanzie. Non a caso molte analisi parlano di "frammentazione dello scudo" dell'indipendenza
Sorteggiare non è "anti-correnti" per magia: è anche anti-responsabilità. Il voto (pur con tutti i difetti delle correnti) implica selezione politica interna, dibattito, programmi, rendicontazione. Il sorteggio produce casualità e può ridurre competenze specifiche e continuità. L'ANM sottolinea inoltre un punto simbolicamente enorme: i magistrati non eleggerebbero più i loro rappresentanti
Il punto, quindi, non è negare che nel CSM esistano problemi (correntismo, carrierismo, scarsa trasparenza). Il punto è che la cura proposta rischia di essere peggiore della malattia: indebolire l'organo di garanzia per "punire" le correnti significa punire, alla fine, l'indipendenza della giurisdizione.


L'Alta Corte disciplinare: il "terzo tassello" che sposta il baricentro del controllo

Il testo fa un altro passo decisivo: toglie al CSM la giurisdizione disciplinare e la attribuisce a una Alta Corte disciplinare.

Qui i dettagli contano. L'Alta Corte è composta da 15 giudici, con un mix di nomina e sorteggio (tre nominati dal Presidente della Repubblica tra professori e avvocati con requisiti elevati; altri tratti da elenco parlamentare; più magistrati di legittimità estratti a sorte).
E c'è un aspetto che merita attenzione: l'impugnazione delle decisioni avviene "soltanto dinanzi alla stessa Alta Corte", in diversa composizione.

Il rischio è questo: creare un organo ad hoc, separato dall'autogoverno, significa poter trasformare il disciplinare da garanzia (anche severa, quando serve) a leva di pressione. In un contesto politico teso, la disciplina può diventare un modo "pulito" per raffreddare iniziative scomode, scoraggiare scelte investigative controverse, indurre al conformismo.

E anche qui vale la logica del mosaico: se indebolisci il CSM, lo dividi, lo rendi meno rappresentativo e gli togli il disciplinare, stai ridisegnando i rapporti tra poteri, non "migliorando i tempi dei processi".


Il nodo più pericoloso: il pubblico ministero e il rischio di dipendenza dall'esecutivo

Arriviamo al punto più sensibile — quello che, nel dibattito pubblico, spesso viene trattato come "paura ideologica" e invece è una questione costituzionale concreta: che fine fa l'indipendenza del pm?

Il nuovo impianto non descrive in dettaglio lo status futuro: rimanda. Il nuovo art. 102, come modificato, richiama norme sull'ordinamento giudiziario che "disciplinano altresì le distinte carriere" di giudicanti e requirenti.
In più, una disposizione transitoria impone che entro un anno si adeguino le leggi su CSM, ordinamento giudiziario e disciplinare.

In altre parole: la riforma costituzionale apre una porta, poi affida a leggi ordinarie (quindi alla maggioranza politica del momento) il compito di definire concretamente carriere e garanzie. È il motivo per cui alcune analisi parlano di "delega in bianco" e mettono in guardia sul fatto che la riforma non separa solo le carriere: separa il potere di modellarle. 

Dentro questa cornice, questa obiezione diventa plausibile: se domani una legge ordinaria decidesse di avvicinare il pm all'esecutivo (direttive, gerarchie più marcate, priorità d'azione determinate politicamente), la riforma avrebbe già predisposto l'assetto istituzionale per farlo, perché il pm sarebbe governato da un circuito distinto e più facilmente "agganciabile".

Non a caso nel dibattito sono state evidenziate le dichiarazioni del ministro Nordio sul fatto che la riforma "tornerà utile" anche alle opposizioni quando andranno al governo: frase che, letta politicamente, suona come ammissione di uno scopo di "contenimento" dell'iniziativa giudiziaria rispetto alla politica. 


"Giustizia all'americana": non è un fatto automatico, ma una traiettoria possibile

Dire "l'Italia diventerà come l'America" non va inteso come copia carbone immediata. Ma come traiettoria culturale e istituzionale, il rischio esiste: nel modello statunitense il "prosecutor" è parte dell'esecutivo (spesso eletto o comunque inserito in logiche politiche), e l'obiettivo pratico può scivolare verso la gestione del consenso e la ricerca della condanna più che l'accertamento pieno della verità processuale.

Se il pm viene percepito — o diventa, per successive leggi — un "super-poliziotto" più che un magistrato con doveri di imparzialità sostanziale, allora cambia la cultura del processo: meno tensione verso la verità complessiva, più pressione verso il risultato. È un rischio di sistema: non nasce da un articolo solo, ma dall'insieme separazione + autogoverno frammentato + disciplinare esterno + differenziazione rimessa alla politica.


Il paradosso: si invoca la terzietà del giudice, ma si colpisce l'indipendenza dell'ordine giudiziario

I sostenitori del Sì ripetono: "così il giudice sarà finalmente terzo". Ma la terzietà del giudice non si ottiene indebolendo l'autogoverno o rendendolo casuale; si ottiene con regole processuali chiare, contraddittorio pieno, motivazioni solide, e soprattutto con un sistema in cui chi giudica non teme ritorsioni né pressioni, dirette o indirette.

Qui sta il punto politico: se davvero si volesse "migliorare la giustizia", si farebbero riforme su organizzazione, risorse, personale, gestione del carico, semplificazioni mirate. Invece si cambia la Costituzione su organi di garanzia. Per questo:

  • La separazione delle carriere è un pretesto per intervenire sul CSM (e su come si governa la magistratura).
  • Due CSM e sorteggio sono strumenti che depotenziano l'autonomia e l'indipendenza (divisione + perdita di autorevolezza/mandato).
  • L'Alta Corte disciplinare è il terzo tassello che sposta il controllo disciplinare, con potenziale effetto di pressione e conformismo.


Il "No" come scelta di garanzia (non corporativa)

Dire No non significa difendere lo status quo o negare i problemi della magistratura. Significa rifiutare l'idea che la soluzione ai difetti del sistema sia ridurre le garanzie di indipendenza e consegnare alla politica, anche solo indirettamente e per gradi, più leve sul potere giudiziario.

Perché alla fine il punto è questo: l'indipendenza della magistratura non è un privilegio dei magistrati. È una garanzia dei cittadini, soprattutto quando la giurisdizione deve controllare l'abuso di potere.