"Se nella vostra vita c'è ancora qualcuno che ha bisogno di prove del fatto che Donald Trump stia saccheggiando il nostro governo, c'è qualcosa che vorrei mostrargli.Questo si chiama Form 278T, noto anche come Periodic Transaction Report, cioè rapporto periodico sulle transazioni. I funzionari pubblici, compreso il presidente, sono tenuti per legge a compilare questo modulo ogni volta che acquistano o vendono azioni o obbligazioni per un valore superiore a 1.000 dollari.L'obiettivo è prevenire conflitti di interesse tra i loro doveri istituzionali e i loro interessi finanziari personali. A maggio, Trump ha depositato un Form 278T relativo al primo trimestre del 2026. È lungo 113 pagine e riporta oltre 3.600 operazioni azionarie effettuate tra gennaio e marzo.Trump ha comprato e venduto azioni per centinaia di milioni di dollari, incluse quelle di grandi aziende tecnologiche, appaltatori della difesa, società dei media, aziende legate alle criptovalute e molto altro. Ciò che colpisce non è soltanto il fatto che Trump sia molto ricco, ma che abbia investito in modo massiccio in società le cui attività sono direttamente influenzate dalle politiche che lui stesso sta adottando. Sta negoziando attivamente le loro azioni nello stesso momento in cui prende decisioni capaci di incidere sul valore di quei titoli.Per esempio, Trump ha investito sia in Paramount sia in Warner Brothers mentre il suo Dipartimento di Giustizia sta esaminando la loro proposta di fusione. Ha investito in Oracle nello stesso periodo in cui ha sbloccato il loro accordo per acquistare TikTok. Ha investito in Palantir mentre l'azienda otteneva importanti contratti governativi per un valore superiore al miliardo di dollari.Trump sta anche acquistando azioni legate alle criptovalute mentre sostiene un disegno di legge chiamato Clarity Act, che favorirebbe le società del settore crypto. Uno dei suoi acquisti più rilevanti è stato di milioni di dollari in azioni Nvidia. Nvidia produce chip avanzati per l'intelligenza artificiale, che da anni cerca di vendere alla Cina.Il governo degli Stati Uniti aveva limitato quelle vendite per proteggere la sicurezza nazionale, ma l'amministratore delegato di Nvidia ha fatto pressione su Trump per mesi affinché cambiasse quella politica e, a dicembre, Trump ha acconsentito. Poi è andato oltre: questa settimana ha portato con sé in Cina, sull'Air Force One, l'amministratore delegato di Nvidia per vendere quei chip per l'intelligenza artificiale al governo cinese.Da gennaio, il prezzo delle azioni Nvidia è salito del 26%. Trump ha portato con sé in Cina anche l'amministratore delegato di Boeing, dopo aver acquistato milioni di dollari in azioni Boeing. Durante il viaggio, hanno venduto 200 aerei Boeing al governo cinese.È impossibile guardare tutto questo senza chiedersi: Trump sta davvero agendo nell'interesse del popolo americano oppure sta mettendo al primo posto i propri interessi finanziari? Altri presidenti hanno scelto di vendere le proprie azioni o di affidarle a un blind trust per evitare conflitti di interesse, ma Trump si è rifiutato di farlo. La definizione di corruzione è usare il potere pubblico per ottenere un vantaggio privato. Secondo questo criterio, Trump è senza dubbio il presidente più corrotto della storia.Il Form 278T è una mappa dei modi in cui sta traendo profitto personale dai poteri della presidenza. Per favore, fate circolare queste informazioni. Grazie".
Questa è la trascrizione del video pubblicato da Liz Oyer, ex procuratrice del Dipartimento di Giustizia incaricata delle grazie presidenziali e adesso avvocata d'ufficio, sul proprio account Youtube...
C'è un punto oltre il quale la politica smette di essere una disputa tra idee diverse e diventa una questione molto più elementare: il rapporto tra potere pubblico e interesse privato. Il testo riportato sopra, se letto nella sua interezza e preso per ciò che afferma, descrive uno scenario che non può essere liquidato come l'ennesima polemica contro Donald Trump, né come una normale battaglia di parte tra democratici e repubblicani. Racconta, piuttosto, una sovrapposizione tra decisioni di governo, investimenti personali e vantaggi economici privati, cioè esattamente quel terreno sul quale ogni democrazia dovrebbe alzare il livello massimo di allarme.
Il cuore della vicenda è il Form 278T, il rapporto periodico sulle transazioni finanziarie che i funzionari pubblici statunitensi, presidente compreso, devono compilare quando acquistano o vendono azioni o obbligazioni sopra una certa soglia. Non si tratta di un dettaglio burocratico, ma di uno strumento pensato per impedire che chi governa possa usare informazioni, relazioni e poteri istituzionali per arricchirsi.
Trump ha presentato un modulo di 113 pagine, relativo al primo trimestre del 2026, con oltre 3.600 operazioni azionarie tra gennaio e marzo. Numeri enormi, che non indicano soltanto ricchezza personale, ma una frenetica attività finanziaria mentre, nello stesso periodo, la Casa Bianca assume decisioni capaci di incidere direttamente sul valore di molte di quelle aziende.
Ed è qui che l'indignazione non è solo legittima: è necessaria. Perché quando un presidente investe in società tecnologiche, appaltatori della difesa, aziende dei media, gruppi legati alle criptovalute e imprese che dipendono da contratti pubblici o da scelte regolatorie, mentre il suo governo prende decisioni su fusioni, appalti, autorizzazioni, vendite internazionali e normative di settore, la domanda non è più retorica. Sta governando nell'interesse dei cittadini o sta proteggendo, alimentando e moltiplicando i propri interessi finanziari?
Il testo cita casi precisi: investimenti in Paramount e Warner Brothers mentre il Dipartimento di Giustizia esamina una possibile fusione; Oracle e TikTok; Palantir e contratti governativi di valore superiore al miliardo di dollari; titoli legati alle criptovalute mentre si spinge una legge favorevole al settore; Nvidia, con i suoi chip per l'intelligenza artificiale e il rapporto con la Cina; Boeing, dopo acquisti di azioni e una missione culminata nella vendita di 200 aerei al governo cinese. Anche soltanto come elenco, è materiale politicamente esplosivo. Come quadro complessivo, è qualcosa di ancora più grave: un potere pubblico che è circondato da interessi privati talmente vicini da rendere quasi impossibile distinguere dove finisca la presidenza e dove cominci il portafoglio personale.
Chi sostiene Trump, davanti a un quadro del genere, ha una responsabilità precisa. Non può più rifugiarsi nella caricatura della “persecuzione politica”, nell'eterna denuncia del complotto o nella comoda retorica dell'uomo forte contro il sistema. Qui il problema non è se Trump piaccia o non piaccia, se parli alla pancia di un elettorato arrabbiato o se incarni un certo rancore contro le élite. Il problema è molto più semplice: un leader politico può usare il potere dello Stato mentre mantiene interessi economici direttamente esposti alle sue decisioni? Può farlo senza rinunciare ai propri titoli, senza consegnare il patrimonio a un blind trust, senza mettere una barriera credibile tra incarico pubblico e guadagno privato? La risposta, in qualunque democrazia sana, deve essere no.
E invece attorno a Trump continua a muoversi un esercito di giustificatori, minimizzatori e tifosi. Persone che urlerebbero allo scandalo se un avversario politico compisse anche solo una minima parte di ciò che viene attribuito a lui, ma che davanti al proprio leader preferiscono abbassare lo sguardo, cambiare argomento o trasformare l'indignazione in propaganda. È questo il punto più avvilente: non solo il possibile conflitto di interessi, ma la disponibilità di una parte del mondo conservatore e sovranista a considerarlo irrilevante purché il protagonista sia “uno dei nostri”.
Il discorso riguarda anche l'Italia. Perché in Italia Trump non è soltanto un ex presidente americano o un leader straniero: è diventato un simbolo politico, un modello evocato, imitato, corteggiato da pezzi rilevanti della destra. A partire da Giorgia Meloni e Matteo Salvini, che nel corso degli anni hanno guardato al trumpismo come a una grammatica politica da seguire alla lettera: sovranismo, nazionalismo identitario, attacco alle élite, delegittimazione degli avversari, comunicazione muscolare, culto del capo, sospetto permanente verso stampa, magistratura e istituzioni sovranazionali. Anche quando i toni sono diversi e i contesti non sovrapponibili, il riferimento culturale resta evidente.
Proprio per questo il silenzio, l'ambiguità o l'indulgenza verso Trump pesano. Chi in Italia continua a presentarlo come un campione della libertà, un argine al “globalismo”, un difensore del popolo contro i poteri forti, dovrebbe spiegare come si concilia questa immagine con un presidente che commercia in azioni di aziende condizionate dalle sue stesse politiche. Dovrebbe spiegare perché il conflitto di interessi diventa intollerabile solo quando riguarda gli avversari e trascurabile quando coinvolge il proprio idolo politico. Dovrebbe spiegare che idea di Stato propone: uno Stato al servizio dei cittadini o uno Stato trasformato in leva per il vantaggio personale di chi comanda.
La polemica contro chi sostiene Trump, anche in Italia, non nasce dunque da antipatia ideologica. Nasce da una contraddizione enorme. Per anni una certa destra ha riempito il dibattito pubblico di parole come nazione, popolo, sovranità, interesse collettivo, patria. Ma quando il leader di riferimento viene accusato, sulla base dei suoi stessi documenti finanziari, di intrecciare potere e patrimonio personale, c'è da scommettere che l'indignazione scompare e al suo posto arriveranno il vittimismo, la distrazione, la solita accusa ai media, la solita litania contro i nemici politici.
Ma la corruzione non diventa meno grave se chi la incarna parla il linguaggio del nazionalismo. Il conflitto di interessi non diventa patriottico se viene accompagnato da slogan contro la Cina, contro Bruxelles o contro l'immigrazione. E l'uso del potere pubblico per un potenziale vantaggio privato non smette di essere indecente solo perché piace a una parte dell'elettorato. Anzi, proprio chi dice di difendere il popolo dovrebbe essere il primo a pretendere trasparenza assoluta da chi governa. Se non lo fa, non sta difendendo il popolo: sta difendendo un capo... più probabilmente un padrone!
Il Form 278T, nella ricostruzione riportata, non è soltanto un documento amministrativo. È una radiografia politica. Mostra il punto in cui la presidenza si trasforma in una piattaforma di arricchimento, in cui ogni scelta pubblica diventa un tornaconto privato, in cui la fiducia nelle istituzioni viene corrosa dall'interno. Ed è proprio questo che rende la vicenda così grave: non serve dimostrare che ogni singola decisione sia stata presa per interesse personale per riconoscere l'enormità del problema. Basta il sospetto fondato, basta l'intreccio, basta l'assenza di una separazione netta tra patrimonio e potere.
Chi minimizza tutto questo, negli Stati Uniti come in Italia, si assume una responsabilità morale e politica. Perché normalizzare Trump significa normalizzare l'idea che il potere possa essere gestito come un'estensione degli affari personali. Significa accettare che il presidente non debba rispondere agli stessi standard richiesti a qualunque funzionario pubblico. Significa trasformare la democrazia in una curva da stadio, dove non conta ciò che accade, ma solo chi lo fa.
E allora sì, l'indignazione è doverosa. Non come esercizio retorico, ma come difesa minima della decenza pubblica. Trump, per ciò che emerge, rappresenta una concezione proprietaria del potere: lo Stato come strumento, la presidenza come moltiplicatore di valore, la politica come copertura narrativa di interessi privati. Chi lo sostiene, anche in Italia, dovrebbe almeno avere il coraggio di dirlo apertamente: non gli interessa davvero la moralità pubblica, non gli interessa il conflitto di interessi, non gli interessa la trasparenza. Gli interessa soltanto che vinca la propria parte.
Ma una democrazia non sopravvive a lungo quando i cittadini accettano questa logica. E una destra che chiude gli occhi davanti a tutto questo, mentre continua a predicare sovranità e interesse nazionale, non sta difendendo la nazione: sta difendendo un modello di potere opaco, personale e profondamente pericoloso.


