Diplomazia controvento: il discorso di Mattarella alla Conferenza delle Ambasciatrici e degli Ambasciatori fa emergere le ambiguità del governo Meloni
L'intervento del presidente della Repubblica Sergio Mattarella alla Conferenza delle Ambasciatrici e degli Ambasciatori non è stato un esercizio accademico né un rituale istituzionale. È stato, al contrario, un richiamo netto a una linea di politica estera coerente, fondata su multilateralismo, legalità internazionale, cooperazione e centralità dell'Unione Europea. Un richiamo che, letto attentamente, mette in luce più di una mancanza nell'azione del governo Meloni.
Mattarella parte da un presupposto chiaro: nei momenti difficili la diplomazia non è un orpello, ma lo strumento decisivo per evitare che la forza bruta sostituisca la ragione. È una visione che si scontra con una narrazione spesso ambigua dell'attuale esecutivo, incline a esibire fedeltà atlantica ma molto meno determinata quando si tratta di difendere senza esitazioni il multilateralismo e le istituzioni sovranazionali, a partire dall'ONU e dall'Unione Europea.
Il Capo dello Stato difende l'UE come una delle più riuscite esperienze storiche di tutela dei diritti e della democrazia. Non è un dettaglio. È una risposta diretta a chi, anche nella maggioranza di governo, continua a tollerare o alimentare una retorica euroscettica, quando non apertamente ostile a Bruxelles. Il risultato è una politica europea spesso difensiva, priva di iniziativa, che rinuncia a costruire alleanze stabili e preferisce il posizionamento tattico di breve periodo.
Ancora più evidente è lo scarto sul terreno della legalità internazionale. Mattarella condanna senza ambiguità l'aggressione russa all'Ucraina e ribadisce l'inviolabilità dei confini, ma allo stesso tempo richiama la comunità internazionale alle proprie responsabilità sulla tragedia di Gaza, sottolineando l'urgenza di un cessate il fuoco sostenuto da tutti. Il governo Meloni, invece, ha mantenuto una linea prudente fino all'evasività, incapace di esercitare un vero ruolo diplomatico nel Mediterraneo allargato, area che il Presidente indica come strategica per la sicurezza e la credibilità dell'Italia.
Il discorso presidenziale è durissimo anche contro i tentativi di delegittimare le Corti internazionali e di colpire i giudici che indagano sui crimini di guerra. Qui l'assenza del governo è rumorosa. Nessuna iniziativa politica forte, nessuna presa di posizione che vada oltre formule generiche. In un contesto in cui la legalità internazionale viene apertamente messa in discussione, l'Italia appare più spettatrice che protagonista.
Mattarella richiama poi un altro nodo cruciale: la disinformazione, i conflitti ibridi, i nuovi centri di potere opachi che influenzano le opinioni pubbliche. Su questo fronte l'esecutivo continua a muoversi in modo frammentario, senza una strategia credibile che tenga insieme sicurezza, libertà di informazione e cooperazione europea. Il rischio, evocato dal Presidente, è un arretramento della civiltà democratica. Un rischio che non si contrasta con slogan sovranisti o con il semplice rafforzamento degli apparati di controllo.
C'è infine il tema, tutt'altro che marginale, delle risorse e della qualità della diplomazia. Mattarella parla di una diplomazia competente, ben formata, capace di gestire la “policrisi” globale e di colmare il deficit di fiducia tra gli Stati. Il governo rivendica riforme organizzative della Farnesina, ma continua a non chiarire come intenda investire davvero sul capitale umano, sulla presenza internazionale e sul soft power italiano, che a parole viene esaltato e nei fatti spesso trascurato.
Il messaggio del Presidente è limpido: l'Italia ha interesse a essere un attore credibile, cooperativo, ancorato all'Europa e al diritto internazionale. La politica estera non è propaganda interna né ricerca di consenso identitario. Se il governo Meloni intende davvero raccogliere questo testimone, deve uscire dall'ambiguità, abbandonare le strizzate d'occhio a chi dipinge l'Europa come un problema e assumersi fino in fondo la responsabilità di una leadership diplomatica all'altezza della fase storica. In caso contrario, il rischio non è solo l'irrilevanza internazionale, ma la progressiva perdita di coerenza con i principi fondanti della Repubblica.