La salute mentale in Europa è una crisi strutturale, non un’emergenza passeggera. A dirlo, senza giri di parole, è l’Organizzazione mondiale della sanità, che torna a richiamare i governi europei a un’assunzione di responsabilità concreta. I numeri parlano chiaro e non lasciano spazio all’autoassoluzione.
Nella Regione Europea dell’Oms una persona su sei – circa 140 milioni di individui – convive con un disturbo di salute mentale. L’impatto varia da forme lievi a condizioni gravemente invalidanti, ma il denominatore comune è uno: il sistema non riesce a rispondere in modo adeguato.
Il dato più drammatico riguarda il suicidio. Ogni anno oltre 120.000 persone si tolgono la vita, più di 300 al giorno. È la principale causa di morte tra i giovani dai 15 ai 29 anni. Eppure, nonostante questa strage silenziosa, una persona su tre con un disturbo mentale non riceve alcun trattamento. Nel caso delle psicosi, una su quattro resta completamente senza assistenza formale. Non è una mancanza di conoscenze, è una mancanza di scelte politiche efficaci.
I giovani sono tra i più esposti. Più di un adolescente su dieci segnala comportamenti problematici legati ai social media. Le differenze di genere sono marcate: secondo l’indice OMS-5 sul benessere, le ragazze quindicenni mostrano livelli di benessere nettamente inferiori rispetto ai coetanei maschi. Il 28% delle ragazze dichiara di sentirsi sola, contro il 13% dei ragazzi. Numeri che dovrebbero orientare gli interventi, ma che spesso restano statistiche chiuse nei report.
La solitudine non risparmia nessuno. Un anziano su quattro sopra i 60 anni si sente solo. Anche tra gli adulti il disagio è diffuso, con alcune professioni particolarmente colpite. Medici e infermieri, paradossalmente, sono tra le categorie più fragili: uno su tre presenta sintomi compatibili con un disturbo depressivo maggiore, uno su dieci ha pensieri suicidari passivi. A questo si aggiungono condizioni di lavoro tossiche: bullismo, minacce, violenze fisiche e molestie sessuali non sono episodi isolati, ma una realtà sistemica.
L’Oms ricorda un punto spesso dimenticato: la salute mentale non è semplicemente assenza di malattia. È la capacità di affrontare lo stress, lavorare, apprendere, partecipare alla vita della comunità. Proteggerla richiede molto più che curare i sintomi. Serve un approccio globale che coinvolga scuola, lavoro, politiche sociali, urbanistica, digitale. In altre parole, serve che la salute mentale esca dai margini del sistema sanitario.
Eppure, anche in una delle regioni più ricche di risorse del mondo, l’azione resta disomogenea. Quasi tutti i Paesi europei hanno una strategia sulla salute mentale, ma solo 11 su 29 dispongono di meccanismi solidi di coordinamento e cooperazione. Senza governance, le politiche restano sulla carta.
Il problema è anche quantitativo. I professionisti non bastano: meno di 10 psichiatri e psicologi ogni 100.000 abitanti, poco meno di 30 infermieri specializzati. Numeri insufficienti per una domanda in costante crescita. A questo si aggiunge un’altra assenza pesante: il coinvolgimento delle persone con esperienza diretta di disturbi mentali. In molti Paesi continuano a essere escluse dai processi decisionali che le riguardano.
Infine, lo stigma. Ancora oggi pesa come un macigno. Ritarda la richiesta di aiuto, ostacola la continuità delle cure, compromette lavoro e relazioni. E ha un costo altissimo: chi vive con disturbi di salute mentale ha un’aspettativa di vita significativamente più breve.
L’Oms lancia anche un monito sull’uso delle tecnologie digitali. I dispositivi possono essere strumenti di connessione e crescita, ma anche veicoli di rischio: cyberbullismo, modelli corporei irrealistici, contenuti autolesionistici, marketing dannoso e raccolta invasiva dei dati colpiscono soprattutto i più giovani. Ignorare questo aspetto significa lasciare un’altra generazione senza protezione.
Il quadro è chiaro. Le conoscenze ci sono, i dati anche. Quello che manca è la volontà di agire in modo coerente, strutturale e inclusivo. Continuare a rimandare significa accettare che la sofferenza mentale resti una normalità tollerata. E questo, ormai, non è più difendibile.


