La crisi della sanità pubblica italiana ha oggi un volto preciso: quello dell'Ospedale regionale “Ferdinando Veneziale” di Isernia. Secondo quanto riportato da fonti sanitarie e sindacali, l’ospedale di Isernia soffre di una carenza cronica di organico che riguarda discipline chiave come medicina interna, pronto soccorso, anestesia e rianimazione.
Turni prolungati, ricorso sistematico a straordinari e a contratti temporanei, difficoltà nel garantire la continuità assistenziale sono diventati elementi strutturali, non emergenziali. Questo scenario ha portato a un progressivo ridimensionamento dell’offerta assistenziale, con il rischio che intere aree del Molise interno restino prive di un presidio ospedaliero realmente funzionante.
Negli ultimi mesi la città è diventata il punto focale di una mobilitazione civile e istituzionale che denuncia il rischio concreto di una desertificazione sanitaria.
Il sindaco di Isernia, Piero Castrataro, da quattro giorni presidia l'ingresso dell'ospedale per protesta e ha più volte parlato apertamente di una battaglia che va oltre i confini comunali, definendo la difesa dell’ospedale non come una rivendicazione localistica ma come una questione di diritto costituzionale alla salute. La riduzione progressiva dei servizi, la carenza strutturale di personale medico e infermieristico e l’incertezza sul futuro di reparti strategici hanno alimentato un clima di forte preoccupazione tra cittadini e operatori sanitari.
La situazione di Isernia si inserisce in un quadro regionale già fortemente compromesso. Il Molise, con poco più di 300.000 abitanti, registra da anni uno dei tassi più elevati di mobilità sanitaria passiva in rapporto alla popolazione: migliaia di cittadini ogni anno si rivolgono a strutture di altre regioni, soprattutto Abruzzo, Lazio e Puglia, per ricevere cure che non riescono a ottenere sul territorio. Questo fenomeno comporta un drenaggio economico stimato in decine di milioni di euro l’anno, risorse che finiscono per indebolire ulteriormente il sistema sanitario regionale in un circolo vizioso difficile da interrompere.
Le proteste che hanno attraversato la regione, comprese le iniziative simboliche come le “notti in tenda per la sanità”, raccontate anche dalla stampa nazionale, nascono proprio da questa frattura crescente tra bisogni reali e risposte istituzionali. Non si tratta di episodi isolati, ma di una mobilitazione diffusa che coinvolge cittadini, comitati, sindacati e amministratori locali. In più occasioni è stato denunciato come il ricorso a soluzioni emergenziali, come l’impiego di medici militari per coprire i vuoti nei reparti, rappresenti il segno di una crisi strutturale e non una risposta sostenibile nel medio-lungo periodo. Lo stesso commissario ad acta Angelo Giustini ha lanciato un allarme pubblico sulla difficoltà di garantire livelli essenziali di assistenza senza un piano straordinario di reclutamento e stabilizzazione del personale.
Sul piano politico, la sanità molisana porta il peso di scelte stratificate nel tempo. Diversi osservatori hanno ricostruito una traiettoria che, a partire dalle giunte regionali guidate da Michele Iorio, passando per Paolo Frattura, fino alle amministrazioni più recenti di Donato Toma e dell’attuale presidente Francesco Roberti, ha visto un progressivo indebolimento del servizio pubblico e una crescita del ruolo del privato accreditato. Questa evoluzione, spesso giustificata con esigenze di contenimento della spesa e di rientro dal debito sanitario, imposte dal Ministero dell'Economia e delle Finanze, ha prodotto però un sistema sempre meno capace di garantire equità territoriale e accesso uniforme alle cure, essendo il Molise una delle regioni italiane con più bassa densità demografica e maggiore frammentazione insediativa, con un marcato invecchiamento della popolazione e un fenomeno costante di spopolamento ed emigrazione, soprattutto giovanile.
Il Molise non ha la massa critica necessaria a sostenere servizi sanitari complessi in modo diffuso, almeno secondo i parametri di finanziamento utilizzati dal MEF e stabiliti in sede di Stato-Regioni. Parametri che fan danni anche altrove e che, evidentemente, andrebbero rivisti ...
Le posizioni sindacali, come quelle espresse da rappresentanti di UGL Salute, sottolineano che anche le risorse economiche in arrivo rischiano di rimanere inefficaci se non vengono indirizzate prioritariamente alla questione degli organici. In Molise, come in altre regioni del Mezzogiorno, il problema non è solo finanziario ma anche attrattivo: molti giovani medici e infermieri scelgono di lavorare altrove, scoraggiati da condizioni contrattuali difficili, carichi di lavoro elevati e prospettive di carriera limitate.
In questo contesto, il sostegno politico espresso a Isernia da esponenti istituzionali e parlamentari, come Annamaria Becci e Antonio Giuditta, referenti dei circoli PD rispettivamente di Guglionesi e Termoli, assume un valore simbolico rilevante, ma pone anche una domanda di fondo: quale visione nazionale esiste per superare le profonde disuguaglianze sanitarie tra regioni? Il caso molisano mostra come l’autonomia organizzativa regionale, in assenza di adeguati correttivi, possa tradursi in una sanità a geometria variabile, dove il diritto alla cura dipende sempre più dal luogo di residenza.
Guardando al futuro, l’auspicio condiviso da cittadini e operatori è che il 2026 possa rappresentare un punto di svolta.
Una “Sanità 2026 diversa” significa una sanità realmente uguale per tutti gli italiani, capace di garantire gli stessi livelli di assistenza a Isernia come a Milano o Bologna.
Questo significa investire nella sanità pubblica intesa come infrastruttura sanitaria strutturale essenziale nazionale, superando la logica del "locale" e la confusione con il "sociale", per ricostruire una programmazione di servizio nazionale che tenga conto adeguatamente delle diverse fragilità dei territori.
La crisi della sanità molisana non è solo una questione regionale, ma un banco di prova per l’intero Servizio sanitario nazionale. Difendere l’ospedale di Isernia e il diritto alla cura dei cittadini molisani significa interrogarsi sul futuro della sanità pubblica in Italia e sulla capacità dello Stato di garantire davvero l’uguaglianza sancita dalla Costituzione, al di là dei confini amministrativi e delle differenze territoriali.

