La vicenda degli asset russi è una saga giuridica e politica che trasforma freddi numeri contabili in armi di pressione internazionale. Per comprendere questa storia, bisogna prima distinguere tra due atti profondamente diversi: congelare e confiscare.
Un conto è mettere il lucchetto, un altro è decidere di scassinare la porta per regalare il contenuto ai vicini.
Le banche hanno vita facile: per loro "congelare" significa semplicemente premere un tasto e impedire che il denaro esca dai conti, ma, se il blocco è un mero atto tecnico-amministrativo, il sequestro e la ridestinazione di quei beni sono atti sovrani che richiedono basi legali solidissime: qui finisce il potere del software e inizia quello della legge.
Gli stati europei dove hanno sede le banche che hanno congelato asset russi devono, dunque, muoversi con i piedi di piombo: violare l'immunità sovrana di una nazione straniera non è un peccato veniale, ma un precedente che potrebbe far scappare gli investitori di mezzo mondo, timorosi che domani possa toccare a loro.
Ma come siamo arrivati a questo?
Pochi giorni dopo l’inizio dell’invasione dell’Ucraina nel 2022, l’Europa e il Giappone hanno reagito con una velocità che ha sorpreso Mosca: circa 300 miliardi di euro delle riserve della Banca Centrale russa sono stati immobilizzati.
La maggior parte di questo tesoro (circa 200 miliardi) si trova in Europa, custodito nei forzieri digitali di Euroclear, in Belgio, ed include anche i beni privati degli oligarchi.
A oggi, il totale stimato di asset congelati di proprietari russi in Italia ammonta a circa €2,3 miliardi, che includono conti bancari, beni immobili, yacht, veicoli di lusso e altri beni patrimoniali di soggetti collegati a Mosca.
All'epoca, la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, fu categorica nel tracciare la linea morale dell'operazione:
"La Russia deve pagare per la distruzione che ha causato. Stiamo lavorando a una proposta per confiscare i beni russi per la ricostruzione dell'Ucraina. La giustizia deve essere servita."
Sono trascorsi quasi 3 anni, avete visto voi?
Un anno dopo, nel 2023, quando diveniva chiaro che le speranze di vittoria ucraina (e di una cessione degli asset come danno di guerra) erano pressoché zero mentre i russi minacciavano ritorsioni, l'Europa si trovò con la prima patata bollente: i 200 miliardi bloccati stavano producendo profitti extra miliardari.
C'è voluto un anno per trovare una "quadra" al G7 del 2024: non si tocca (ancora) il capitale — per non far infuriare i giuristi internazionali — ma si usano gli interessi maturati per finanziare prestiti a favore di Kiev.
Secondo comunicazioni della Commissione europea, nel primo semestre del 2025 sono stati trasferiti almeno 1,6 miliardi di euro di interessi maturati sugli asset congelati della Banca centrale russa per supportare l’Ukraine Loan Cooperation Mechanism e altri programmi di assistenza.
In questa fase, Annalena Baerbock, allora Ministra degli Esteri tedesca, sottolineò la necessità di questa "terza via" giuridica: "Ogni euro dei profitti derivanti da questi asset russi appartiene alle vittime. Usare questi interessi è un atto di pragmatismo legale che permette di aiutare l'Ucraina senza minare la stabilità del sistema finanziario globale."
Dal canto suo, da Kiev, Volodymyr Zelensky spingeva per una soluzione più drastica, vedendo nel capitale fermo una risorsa sprecata: "Ogni asset russo deve essere utilizzato per difendere la vita. Non sono solo numeri in un conto, sono i fondi che hanno alimentato l'aggressione e devono ora alimentare la nostra sopravvivenza."
Arrivati a oggi, dicembre 2025, la tensione è alle stelle.
Infatti, se il sequestro semplice tramite tribunale nazionale è illegale sotto il diritto internazionale perché gli asset sovrani sono immuni da giurisdizione estera, qualcuno nutre sempre la speranza che decreti governativi o regolamenti UE specifici possano creare una base legale per sequestrare o reindirizzare gli asset, superando la giurisdizione tradizionale.
Alcuni parlamentari europei propongono di adottare un regolamento specifico che autorizzi la confisca degli asset russi in violazione del diritto internazionale russo, convinti che questo eviterebbe controversie individuali in tribunali nazionali, trasferendo la decisione direttamente al livello di diritto dell’UE.
Sarebbe solo un escamotage, che non cambia nulla.
Una proposta “intermedia” — più pragmatica e meno conflittuale — è quella di usare gli asset congelati come garanzia per un grande prestito europeo a favore dell’Ucraina (es. €90–€140 miliardi).
L’idea è che l’UE emetta bond garantiti coi fondi, l’Ucraina riceva il sostegno finanziario immediato e solo dopo una pace o riparazioni russe i fondi tornino direttamente agli investitori originari.
Questa proposta è vista da molti esperti istituzionali come più compatibile con il diritto europeo e internazionale, poiché non comporta la confisca diretta del capitale principale degli asset. Infatti, secondo il diritto internazionale, la confisca potrebbe essere giustificata se diventa parte di un processo più ampio di riparazioni per danni di guerra riconosciuti dalle istituzioni internazionali.
Quanto all'Italia, Giorgia Meloni non esclude completamente l’idea di utilizzare gli asset russi, ma ritiene che "trovare una soluzione sostenibile sugli asset russi congelati sarà tutt’altro che semplice… qualunque decisione dovrà poggiare su solide basi giuridiche per evitare ritorsioni da parte di Mosca."
Anche Emmanuel Macron, nel richiamare alla prudenza durante un vertice a Parigi, ha avvertito: "Dobbiamo agire secondo il diritto, non secondo l'emozione. Se iniziamo a confiscare asset sovrani senza una base giuridica inattaccabile, apriamo un vaso di Pandora che distruggerà la fiducia internazionale nell'Europa."
Ursula von der Leyen, in qualità di Presidente della Commissione Europea, sostiene viceversa l'iniziativa: “non c’è alcuna confisca degli asset. L’Ucraina dovrà rimborsare il prestito solo se la Russia paga le riparazioni”. E se la Russia non paga, chi ha avuto ha avuto e chi ha dato ha dato?
Non a caso, il nuovo pragmatico Cancelliere tedesco, Friedrich Merz, è di tutt'altra opinione: “Dobbiamo aumentare massicciamente i costi dell’aggressione russa… e invitare i partner internazionali a unirsi allo strumento", cioè convincere ad adottare un blocco completo gli asset russi anche qualcuno dei paesi che finora non l'hanno fatto, cioè ... Svizzera, Israele, Arabia Saudita, Qatar, Emirati, India, Brasile, Australia, Corea del Sud, Messico, Turchia eccetera.
Dall'altra parte della barricata, Vladimir Putin ha reagito con il consueto tono di sfida, denunciando quello che considera un furto legalizzato: "Quello che l'Occidente sta facendo è un banditismo palese. Stanno rubando le riserve del nostro popolo. Sappiano che ogni azione contro i nostri beni troverà una risposta speculare: abbiamo già pronti i decreti per nazionalizzare ogni singolo investimento dei paesi ostili sul nostro suolo."
Il destino degli asset russi resta il più grande esperimento di "giustizia finanziaria" della storia moderna. La competenza di ridestinare questi fondi appartiene agli Stati, i quali però sanno che ogni mossa troppo azzardata potrebbe scuotere le fondamenta del sistema finanziario globale.
Per ora, il tesoro resta nel ghiaccio, in attesa che la diplomazia (o la necessità bellica) trovi il martello giusto per romperlo.
Intanto, il vero problema è che, se l'UE si attiva per far propri quegli asset, lo fa perché evidentemente l'Unione Europea prevede che Zelenski non firmerà la pace e la guerra continuerà.
Fino a quando continuerà la guerra?
Finché la Russia non avrà completato l'occupazione degli Oblast ucraini d'interesse, per poi mettersi "comodamente" sulla difensiva, costringendo l'Ucraina ad attaccare, con maggiori perdite di uomini e di risorse belliche.
Una guerra simile potrebbe durare per i prossimi 10 o 20 anni. La Russia ha creato una situazione simile in Corea, che dura fino ad oggi, anche perchè alimente gli interessi di alcune elite locali.
Entrare in economia di guerra e militarizzare la popolazione riduce la produttività civile e concentra l’economia su beni militari piuttosto che di consumo e, nel lungo termine, l’economia di guerra può danneggiare la società, ma in alcuni settori stimola innovazione e tecnologia, tanto quanto favorisce fenomeni speculativi, trading finanziario ad alto rischio e fluttuazioni nei prezzi di materie prime.
Quanto agli interessi che ruotano intorno a duecento miliardi di euro in asset, non parliamo certamente di "per un pugno di dollari", il film di Sergio Leone, che racconta di una città dilaniata da una faida sanguinosa tra due famiglie di contrabbandieri, ... e certamente il proseguire della guerra avrebbe una spinta propulsiva sull'industria europea dell'hardware (metalmeccanica, componentistica e informatica), indebolita e frastornata da scelte tecnologiche europee, che sembrano dettate più da filosofi in base ad utopie, che dai tecnici su basi realistiche, come viceversa sta accadendo in Cina.
Ma quali sarebbero le perdite derivanti dall'appropriarsi degli asset senza solide basi legali e trasformare le democrazie europee in "contrabbandieri", di merci e di schiavi, come quegli europei che ben ricordano in tanti paesi ex coloniali?

