L’aspettativa di vita non può dipendere dal Cap di residenza né dal titolo di studio. Non è uno slogan: è il minimo sindacale in un Paese che si richiama all’articolo 32 della Costituzione. Eppure oggi, in Italia, è esattamente così. Alla Camera, presentando il rapporto “Sussidiarietà e… salute” della Fondazione per la Sussidiarietà, il ministro della Salute Orazio Schillaci ha messo il dito nella piaga: il Servizio sanitario nazionale sta perdendo universalismo ed equità.
I numeri non lasciano scampo alle interpretazioni consolatorie. Tra il 9 e il 10% degli italiani ha rinunciato o rinviato cure necessarie per motivi economici, per liste d’attesa infinite o per ostacoli nell’accesso. Tra i più fragili si supera il 20%. Non stiamo parlando di comfort, ma di visite, esami, terapie. E la mortalità evitabile racconta un’Italia divisa: 39,6 decessi ogni 10 mila residenti tra chi ha solo la licenza elementare, contro 20,3 tra i laureati. Se il livello di istruzione dimezza il rischio di morire per cause prevenibili, allora non siamo davanti a un problema sanitario: siamo davanti a una frattura sociale.
Il nodo è territoriale, e su questo Schillaci ha ragione. La frammentarietà dei servizi impedisce una presa in carico vera, soprattutto per i cronici. Il risultato è un sistema che interviene tardi e male, spesso solo quando il paziente arriva in pronto soccorso. Intanto il Paese invecchia: 4 milioni di over 65 non autosufficienti, oltre 5,5 milioni di anziani soli, il 14% a rischio isolamento. L’assistenza domiciliare integrata copre appena il 30,6% dei non autosufficienti. Tradotto: due su tre restano scoperti o si arrangiano come possono.
E quando il pubblico arretra, paga il privato. L’8,6% delle famiglie sostiene spese sanitarie “catastrofiche”. La quota di spesa privata è salita al 25,7% del totale. È il segnale più chiaro che il perimetro pubblico si sta restringendo. Ufficialmente il sistema resta universale; nei fatti, chi può paga e accelera, chi non può aspetta o rinuncia. Non è un incidente: è una deriva.
La risposta indicata dal ministro punta sulle Case di comunità finanziate dal Pnrr. Bene, ma basta con la retorica delle “mura”. Senza personale restano scatole vuote. Sono previsti 250 milioni nel 2025 e 350 dal 2026 per rafforzare gli organici e integrare il terzo settore. È un inizio, non una soluzione. Spostare il baricentro dall’ospedale al territorio, ridurre gli accessi impropri al pronto soccorso, garantire continuità ai cronici con telemedicina e punti unici di accesso: tutto condivisibile. Ma servono medici, infermieri, assistenti sociali, e servono ora.
Il rapporto propone un patto sociale vero: più risorse, criteri di finanziamento legati alla presa in carico e agli esiti, un Servizio nazionale per la non autosufficienza, piani pluriennali di assunzione e stipendi adeguati, regole stringenti per il privato accreditato valutato sulla capacità di ridurre le disuguaglianze, non solo di erogare prestazioni. È una linea netta: o si governa il sistema, o lo si lascia scivolare verso la deregulation.
Il presidente della Fondazione, Giorgio Vittadini, lo ha detto chiaramente: la scelta non è tra pubblico e privato, ma tra governo e abbandono. La vera domanda è politica, prima ancora che tecnica: vogliamo un Servizio sanitario che garantisca cure a tutti, indipendentemente dal reddito, dall’età e dal luogo in cui si vive, oppure accettiamo che la salute diventi una questione di fortuna?
Continuare a chiamarlo “universale” mentre cresce la rinuncia alle cure è ipocrisia. O si rimette al centro l’equità, finanziandola e organizzandola sul serio, oppure si abbia il coraggio di dire che l’universalismo è finito. Il resto sono convegni.


