Quello che sta accadendo in Minnesota non è un incidente isolato né una semplice controversia tra livelli amministrativi. È il sintomo avanzato di una deriva autoritaria che, se spinta oltre, rischia di trascinare gli Stati Uniti verso una guerra civile strisciante. L'amministrazione Trump, nel suo scontro frontale con le autorità locali e con una parte consistente della società civile, sta testando fino a che punto può piegare lo Stato di diritto senza dichiarare formalmente una dittatura. Ma di fatto, i tratti ci sono già tutti.
L'inchiesta del Dipartimento di Giustizia contro il governatore Tim Walz e il sindaco di Minneapolis Jacob Frey — colpevoli, secondo Washington, di aver ostacolato le operazioni federali sull'immigrazione — rappresenta un salto di qualità inquietante. Non si tratta di perseguire reati accertati, bensì di usare lo strumento giudiziario come arma politica. È esattamente ciò che Walz ha denunciato: armare la giustizia contro gli oppositori, una pratica tipica dei regimi autoritari, non delle democrazie liberali.
Il contesto è ancora più grave. Le proteste a Minneapolis sono esplose dopo l'uccisione di Renee Good, 37 anni, assassinata da un agente dell'ICE. I dettagli emersi sono agghiaccianti: almeno tre colpi d'arma da fuoco, forse un quarto, alla testa. Good, secondo le autorità locali, era un'osservatrice legale e non rappresentava una minaccia. I video mostrano una situazione non tale da giustificare l'uso di un'arma da fuoco nei suoi confronti. Eppure, l'unico soggetto che sembra non essere sotto indagine è proprio l'agente (oggettivamente un delinquente) che ha premuto il grilletto.
Qui il messaggio politico è chiarissimo: l'apparato federale è intoccabile, chi lo critica o prova a limitarne gli abusi diventa un nemico dello Stato. Il giudice federale Katherine Menendez, imponendo limiti severi all'uso della forza da parte degli agenti e bloccando arresti di manifestanti pacifici, ha dovuto ricordare l'ovvio: seguire un'auto federale o protestare non è un crimine. Se serve un'ordinanza di 83 pagine per ribadirlo, significa che qualcosa si è già rotto.
Nel frattempo, la Casa Bianca soffia sul fuoco. Trump definisce i manifestanti “professionisti pagati”, accusa i leader locali di aver “perso il controllo” e gioca con l'idea dell'Insurrection Act come una minaccia latente: oggi non lo uso, domani chissà. Migliaia di agenti ICE (disperati - probabilmente anche criminali - assunti con un colloquio da 5 minuti che da un giorno all'altro potranno guadagnare 60mila dollari all'anno per fare violenza contro chiunque possa "sembrare" un immigrato o possa ostacolarne la caccia all'uomo) restano schierati sul territorio come una forza d'occupazione interna. È una strategia di intimidazione, non di sicurezza.
Le accuse rivolte a Walz — colpevole di aver definito l'ICE una “Gestapo moderna” — vengono presentate come retorica incendiaria. Ma è difficile usare una similitudine diversa tra un corpo federale mascherato, senza identificativi, che arresta persone senza mandato e spara contro civili, e le polizie politiche del passato. Quando deputati democratici raccolgono testimonianze di cittadini statunitensi ammanettati per ore finché non “provano” la propria cittadinanza, il problema non è la retorica: è la realtà.
Se questo schema dovesse estendersi ad altri Stati — repressione federale, criminalizzazione del dissenso locale, uso selettivo della giustizia, impunità per le forze armate interne — lo scontro non resterebbe politico. Diventerebbe istituzionale, poi sociale, infine violento. Una guerra civile americana non nascerebbe con carri armati nelle strade, ma con una serie di “eccezioni”, di emergenze costruite, di nemici interni additati ogni settimana.
Il Minnesota oggi è un banco di prova. Domani potrebbe essere qualsiasi altro Stato che osi opporsi agli abusi di Trump. Continuare su questa strada significa accettare l'idea che il potere federale possa imporsi con la forza contro una parte del Paese. A quel punto, parlare di dittatura “di fatto” non sarebbe più un'ipotesi polemica, ma una constatazione. E la storia insegna che quando una democrazia arriva lì, il passo verso il conflitto interno è tragicamente breve.


