Politica

Il camerata La Russa Ignazio Benito e il sottoposto Piantedosi Matteo hanno delegittimato lo Stato di diritto e la dignità dell'Italia

Le indegne dichiarazioni di due indegni rappresentanti dello Stato, ovvero quando il potere deride la testimonianza civile, legittima l’impunità e smarrisce il senso stesso della democrazia.

Ci sono frasi che, più ancora delle decisioni politiche, rivelano la qualità morale di una classe dirigente. Le parole pronunciate dal presidente del Senato Ignazio Benito Maria La Russa sulla missione della Global Sumud Flotilla — e immediatamente fatte proprie dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi (pronunciate nel corso della presentazione del libro “Dalla parte delle divise”, scritto con la giornalista Annalisa Chirico, alla libreria Rizzoli in Galleria Vittorio Emanuele II a Milano.) — appartengono a questa categoria: non semplicemente discutibili, ma profondamente indicative di un modo di guardare al mondo in cui la sofferenza concreta viene ridotta a teatro, la solidarietà a propaganda, la coscienza civile a calcolo mediatico.

"Sono manifestazioni strumentali e propagandistiche a scarso rischio e a molto ritorno mediatico - ha detto La Russa -. Se poi hai la fortuna che ti fermano per tre o quattro ore e puoi gridare che sei stato torturato, è il massimo che puoi aspettarti e a cui aspirare. Quanti palestinesi hanno salvato le Flotille? Quanti bambini sono rimasti in vita? Quanti israeliani hanno dovuto ricredersi sul fatto che siano altri a volere non la fine della guerra, ma la scomparsa di Israele dal fiume al mare?"

Liquidare una missione umanitaria come “manifestazione strumentale” significa scegliere deliberatamente la caricatura al posto della realtà. Significa ignorare che, al di là dell’efficacia materiale di una singola iniziativa, esiste un valore politico e morale della testimonianza: rompere l’assuefazione, costringere governi e opinioni pubbliche a guardare ciò che preferirebbero non vedere, denunciare il prezzo umano di un conflitto che ha travolto soprattutto civili innocenti.

La domanda posta con sarcasmo — “quanti palestinesi hanno salvato le Flotille?” — tradisce una visione brutale e miope. Come se l’unica misura della politica fosse il conteggio immediato di vite sottratte alla morte. Con questo criterio, andrebbero archiviati come inutili decenni di mobilitazioni civili, dalle campagne contro l’apartheid sudafricano alle missioni di osservazione nei Balcani, dalle marce per i diritti civili alle grandi proteste contro guerre rivelatesi poi tragici errori storici. La pressione morale non si misura soltanto in poche tonnellate di aiuti (tra l'altro in gran parte bloccati): si misura nella capacità di incrinare narrazioni ufficiali, di imporre domande scomode, di restituire umanità a chi viene ridotto a statistica.

Ancora più grave è il sottotesto politico: chi denuncia l’azione militare del governo israeliano o contesta il blocco di Gaza verrebbe dipinto come ingenuo complice di chi auspica la distruzione di Israele.

È una scorciatoia retorica vecchia quanto tossica. Criticare un governo, anche duramente, non equivale a negare il diritto all’esistenza di uno Stato. Difendere la popolazione palestinese non significa schierarsi con il terrorismo. Confondere deliberatamente questi piani serve solo a blindare ogni dissenso dietro il ricatto morale dell’equivoco.

Oltretutto il camerata La Russa,  che continua a rappresentare indegnamente la seconda carica dello Stato, è anche un povero ignorante, visto che l'espressione dal fiume al mare è stata inserita nello statuto costitutivo del Likud, nel 1973, dove è scritto chiaramente che quel partito, attualmente maggioritario in Israele, si oppone alla possibilità che il popolo palestinese possa avere uno Stato (nessuno straniero governerà in Giudea e Samaria, come gli ebrei israeliani definiscono la Cigiordania).

Piantedosi, altro saltafossi del governo Meloni che indegnamente occupa la carica di minihstro dell'Interno, aggiunge il sigillo governativo a questo impianto argomentativo, contrapponendo gli aiuti “veri” dell’esecutivo italiano alla “visibilità” della Flotilla. Ma anche qui emerge una contraddizione lampante: se davvero si ritiene centrale l’assistenza umanitaria, allora si dovrebbe difendere ogni canale che richiami attenzione internazionale sulla crisi, non screditarlo. A meno che il problema non sia l’inefficacia degli aiuti simbolici, ma l’efficacia politica del simbolo stesso: la sua capacità di mettere in imbarazzo chi preferisce l’equilibrismo diplomatico all’assunzione di responsabilità.

Un Paese serio non ride di chi tenta — nel bene o nel male — di rompere il muro dell’indifferenza. Un Paese serio non banalizza le denunce di violazioni del diritto internazionale, non tratta l’impegno civile come una messinscena, non trasforma il linguaggio delle istituzioni in sarcasmo da talk show. Un Paese serio... non certo l'Italia del governo Meloni!

Perché quando il potere comincia a deridere la coscienza, finisce quasi sempre per giustificare l’ingiustificabile. E allora il problema non è più una flottiglia fermata in mare. Il problema è una politica che ha smesso di distinguere tra realismo e cinismo, tra fermezza e indifferenza, tra ragion di Stato e vuoto morale.

Autore Giuseppe Ballerini
Categoria Politica
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