Il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran entra in una fase ancora più pericolosa e imprevedibile. Missili contro petroliere, droni sui Paesi del Golfo, bombardamenti su Teheran: mentre il Medio Oriente brucia, il presidente americano Donald Trump lascia intendere che Washington potrebbe presto tirarsi indietro — anche senza un accordo.

Una prospettiva che apre scenari destabilizzanti su scala globale.

Nelle scorse ore l’Iran ha colpito una petroliera al largo del Qatar e ha preso di mira infrastrutture strategiche nella regione. Un attacco che si inserisce in una strategia sempre più chiara: colpire il cuore energetico del Golfo.

Il punto nevralgico resta lo Stretto di Hormuz, attraverso cui passa circa il 20% del petrolio mondiale. La sua chiusura — anche parziale — ha già prodotto effetti immediati: il prezzo del Brent è schizzato oltre i 103 dollari al barile, con un aumento superiore al 40% dall’inizio del conflitto.

Le conseguenze non si fermano al carburante. L’aumento dei costi energetici si riflette su tutta la filiera: trasporti, produzione, alimentari. Anche se lo stretto dovesse riaprire in tempi brevi, l’impatto sui prezzi potrebbe durare mesi.

Il presidente Donald Trump continua a inviare segnali contraddittori. Da un lato ha minacciato attacchi diretti a infrastrutture iraniane — centrali elettriche, impianti di desalinizzazione e il terminal petrolifero di Kharg. Dall’altro, ora sostiene di poter “chiudere” la guerra entro due o tre settimane.

Ma a una condizione minima: la convinzione che l’Iran non possa sviluppare un’arma nucleare. Senza però pretendere un cessate il fuoco né garanzie formali.

Una linea che lascia aperti interrogativi pesantissimi:

  • chi garantirà la sicurezza nello Stretto di Hormuz?
  • Israele continuerà da solo le operazioni militari?
  • Cosa farà Teheran con le sue scorte di uranio arricchito?

Nel frattempo, migliaia di soldati americani vengono dispiegati nella regione. Una contraddizione evidente tra dichiarazioni di disimpegno e rafforzamento militare.

Sul piano diplomatico, la situazione è altrettanto bloccata. Washington ha presentato un piano in 15 punti per il cessate il fuoco, chiedendo tra l’altro la riapertura dello stretto e il ridimensionamento del programma nucleare iraniano.

Teheran ha risposto con una propria proposta, rivendicando la sovranità su Hormuz e ribadendo la natura “pacifica” del proprio programma nucleare.

Ma il nodo è politico: la fiducia non esiste più.

Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha parlato apertamente di “livello di fiducia pari a zero”, escludendo di fatto negoziati diretti con gli Stati Uniti. E ha avvertito: qualsiasi offensiva terrestre americana troverà una risposta immediata.

 Il conflitto ormai si estende ben oltre Iran e Israele:

  • In Kuwait un drone ha colpito un serbatoio di carburante nell’aeroporto internazionale, provocando un vasto incendio.
  • In Bahrain sono scattati allarmi per missili in arrivo.
  • Negli Emirati Arabi una persona è morta colpita dai detriti di un drone intercettato.
  • In Arabia Saudita sono stati neutralizzati altri due droni.

Intanto, a Teheran, un raid aereo ha colpito l’area dell’ex ambasciata americana, simbolo della crisi tra i due Paesi fin dal 1979.

Israele ha inoltre dichiarato di aver colpito un impianto legato alla produzione di fentanyl, accusando l’Iran di studiarne un possibile uso militare — accusa respinta da Teheran.

La guerra si allarga anche al Libano. Un attacco israeliano su Beirut ha causato almeno cinque morti, mentre continua il confronto con Hezbollah.

Il bilancio è pesante:

  • oltre 1.200 morti in Libano
  • più di un milione di sfollati
  • almeno 1.900 vittime in Iran
  • decine di morti tra Israele, Paesi del Golfo e Cisgiordania
  • 13 militari americani uccisi

Numeri che raccontano una guerra già regionale, anche se formalmente non dichiarata come tale.

Il punto più inquietante non è solo l’intensità del conflitto, ma l’assenza di una strategia chiara per uscirne. Gli Stati Uniti oscillano tra minacce e disimpegno. L’Iran alza il livello dello scontro ma non cede su Hormuz. Israele prosegue le operazioni senza garanzie sul futuro.

Nel mezzo, il mercato globale, già scosso, e milioni di civili esposti a una crisi che rischia di durare a lungo.

E mentre il petrolio diventa arma geopolitica, il mondo scopre ancora una volta quanto sia fragile l’equilibrio su cui si regge.