UE paralizzata su Israele: Berlino e Roma bloccano tutto e l'Europa resta ostaggio dell'ipocrisia
L'Unione europea si conferma ancora una volta divisa, indecisa e politicamente irrilevante di fronte a una delle crisi più gravi degli ultimi decenni. Il tentativo di sospendere l'accordo commerciale con Israele – avanzato da Spagna, Slovenia e Irlanda – è stato affossato senza troppi giri di parole da Germania e Italia. Il risultato? Un'Europa che parla di diritti umani, ma quando si tratta di agire si rifugia nella paralisi.
A guidare il fronte del “no” sono stati il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul e il suo omologo italiano Antonio Tajani. Due posizioni diverse nei toni, ma identiche nella sostanza: nessuna sospensione, nessuna decisione, solo rinvii.
Wadephul ha definito la proposta “inappropriata”, invocando l'ennesimo ciclo di dialoghi con Israele. Tajani è stato ancora più esplicito nella sua inerzia: “Nessuna decisione sarà presa oggi”. Tradotto: si prende tempo, si rimanda, si svuota di significato qualsiasi iniziativa.
Una linea che, al di là della diplomazia, suona come una resa politica. Perché mentre si parla di “dialogo costruttivo”, sul terreno continuano a moltiplicarsi le accuse di violazioni del diritto internazionale.
Dall'altra parte, Spagna, Irlanda e Slovenia hanno tentato di rompere l'immobilismo. Il ministro spagnolo José Manuel Albares ha chiesto che ogni Paese europeo rispetti le indicazioni della Corte internazionale di giustizia e delle Nazioni Unite sui diritti umani.
In una lettera congiunta inviata all'Alto rappresentante Kaja Kallas, i tre governi hanno parlato senza mezzi termini: Israele starebbe violando sistematicamente il diritto internazionale e gli obblighi previsti dall'accordo di associazione UE-Israele del 1995, che lega le relazioni economiche al rispetto dei diritti umani.
Non solo parole. Le accuse sono precise e pesanti: crisi umanitaria “insostenibile” a Gaza, violazioni del cessate il fuoco, aiuti insufficienti, escalation di violenza in Cisgiordania con coloni che agirebbero “in totale impunità”, e nuove leggi israeliane considerate una minaccia diretta ai diritti fondamentali dei الفلسطيني.
Il risultato del vertice di Lussemburgo è stato chiaro: proposta archiviata. Non bocciata formalmente, ma svuotata fino a diventare irrilevante. Una sconfitta politica netta per chi chiedeva un cambio di rotta.
E qui emerge tutta la contraddizione europea. Da un lato, Bruxelles si presenta come paladina dei diritti umani. Dall'altro, quando quei principi dovrebbero tradursi in atti concreti – come sospendere un accordo commerciale in caso di violazioni – prevalgono gli interessi geopolitici e le convenienze nazionali.
Il caso italiano: irrilevanza e subordinazione
Se la posizione tedesca è coerente con la sua storica linea di sostegno a Israele, quella italiana appare ancora più problematica. Roma non guida, non propone, non media: si limita a seguire.
La linea di Antonio Tajani è quella del rinvio permanente, una strategia che equivale a non avere una strategia. L'Italia, che potrebbe giocare un ruolo ponte nel Mediterraneo, sceglie invece l'irrilevanza diplomatica.
Non è solo una questione di politica estera: è una questione di credibilità. Come può un Paese che si richiama al diritto internazionale ignorare le conclusioni di organismi internazionali quando risultano scomode?
La Germania, dal canto suo, continua a rifugiarsi nella realpolitik. Il richiamo al “dialogo” appare sempre più come un alibi per evitare decisioni scomode.
Ma il problema è evidente: se il rispetto dei diritti umani è condizione per gli accordi commerciali, perché questa condizione viene applicata in modo selettivo? Perché in alcuni casi l'Europa è pronta a sanzionare, mentre in altri preferisce chiudere un occhio?
La verità è che l'Unione europea è profondamente divisa su Israele. E questa divisione la rende incapace di agire. Anche quando una valutazione interna riconosce che Israele “probabilmente” viola gli obblighi dell'accordo, non segue alcuna conseguenza concreta.
Nel frattempo, altri Paesi si muovono. La Slovenia ha già vietato l'importazione di prodotti provenienti dagli insediamenti nei territori occupati. La Spagna ha fatto lo stesso nel 2026. L'Irlanda spinge per una legge simile.
L'Europa, invece, resta ferma.
Secondo le stime presentate a Bruxelles, la ricostruzione di Gaza potrebbe costare fino a 71 miliardi di dollari. Una cifra enorme, che racconta la dimensione della crisi. Ma anche qui, nessuna risposta politica all'altezza.
L'impressione è che l'Unione europea continui a inseguire gli eventi invece di guidarli. E che Germania e Italia, con il loro veto di fatto, abbiano scelto la strada più comoda: non decidere.
La decisione di bloccare la sospensione dell'accordo con Israele non è neutrale. È una scelta politica precisa. E come tale avrà conseguenze.
Perché ogni rinvio, ogni esitazione, ogni “ne parleremo più avanti” contribuisce a svuotare di significato i principi su cui l'Unione europea dice di fondarsi.
E alla fine, la domanda resta una sola: che valore hanno i diritti umani, se valgono solo quando conviene?
Il commento di Nicola Fratoianni...