La tensione tra Stati Uniti e Iran torna a salire pericolosamente, mentre sullo sfondo si muove una diplomazia silenziosa ma decisiva guidata dal Pakistan. Da un lato le minacce incrociate, dall'altro il tentativo di evitare una nuova escalation che potrebbe incendiare l'intero Medio Oriente.
Secondo i media di Stato iraniani, il comandante del comando militare congiunto, Ali Abdollahi, ha lanciato un avvertimento durissimo: Teheran è pronta a bloccare completamente esportazioni e importazioni nell'intera area del Golfo Persico, del Mare di Oman e del Mar Rosso se Washington non ritirerà il blocco imposto ai porti iraniani.
Una minaccia che, se attuata, avrebbe conseguenze immediate sull'economia globale, considerando che da quelle rotte passa una quota significativa del commercio energetico mondiale.
La crisi si inserisce in un contesto già altamente instabile. L'Iran, di fatto, aveva già chiuso lo Stretto di Hormuz nelle settimane successive agli attacchi lanciati da Stati Uniti e Israele contro obiettivi iraniani.
Ora Washington ha alzato ulteriormente la pressione, avviando un blocco navale diretto contro le navi dirette ai porti iraniani. Gli Stati Uniti sostengono di voler garantire la libertà di navigazione per le altre imbarcazioni nel Golfo, ma per Teheran si tratta di una provocazione e di un passo che rischia di far saltare il fragile cessate il fuoco raggiunto pochi giorni fa.
Abdollahi ha parlato apertamente di una “violazione imminente della tregua”, lasciando intendere che l'Iran potrebbe reagire con misure drastiche e immediate.
In questo scenario ad altissima tensione, emerge con forza il ruolo del Pakistan, che nelle ultime settimane si è ritagliato uno spazio inatteso ma cruciale come intermediario tra Washington e Teheran.
Il primo ministro Shehbaz Sharif, insieme al ministro degli Esteri Ishaq Dar e al capo dell'esercito Asim Munir, ha lavorato dietro le quinte per facilitare il dialogo tra le due potenze.
Secondo fonti governative, Islamabad avrebbe trasmesso a Teheran una proposta statunitense articolata in 15 punti, mantenendo aperto un canale di comunicazione indiretto tra le parti. Un lavoro diplomatico discreto ma continuo, affiancato anche da altri attori regionali come Turchia ed Egitto.
Il fragile cessate il fuoco di 14 giorni è arrivato dopo giorni di tensione estrema. Il presidente americano Donald Trump aveva alzato i toni fino a lanciare un ultimatum: riaprire lo Stretto di Hormuz o affrontare conseguenze devastanti, arrivando a evocare la possibilità che “un'intera civiltà” potesse essere distrutta.
Poche ore prima della scadenza, è stato proprio Sharif ad annunciare l'accordo per una tregua immediata, poi confermato da entrambe le parti. Un risultato che ha rafforzato il ruolo internazionale del Pakistan, tradizionalmente ai margini delle grandi mediazioni globali.
Ora gli occhi del mondo sono puntati su Islamabad, dove sono attese delegazioni statunitensi e iraniane per un nuovo round di colloqui. Le autorità pakistane hanno già rafforzato la sicurezza nella capitale, segno della delicatezza dell'incontro previsto nei prossimi giorni.
Analisti internazionali sottolineano come la posizione geografica e politica del Pakistan lo renda un interlocutore unico: vicino all'Iran, ma con relazioni consolidate con gli Stati Uniti e i Paesi del Golfo.
Per Islamabad, la posta in gioco è altissima. Il Paese dipende fortemente dalle forniture energetiche del Medio Oriente e ha già subito un aumento del 20% dei prezzi dei carburanti a causa della crisi.
Inoltre, milioni di lavoratori pakistani impiegati nei Paesi arabi inviano rimesse fondamentali per l'economia nazionale. Un'escalation militare metterebbe a rischio non solo la stabilità regionale, ma anche l'equilibrio economico interno.
Il ruolo di mediatore non è del tutto nuovo per il Pakistan. Già negli anni Settanta Islamabad facilitò i contatti tra Stati Uniti e Cina che portarono allo storico viaggio di Richard Nixon a Pechino. Più recentemente ha contribuito ai negoziati tra Washington e i talebani afghani.
Oggi, però, la sfida è ancora più complessa: evitare che una crisi regionale si trasformi in un conflitto globale.
Tra minacce di blocchi commerciali, ultimatum e diplomazia sotterranea, la situazione resta estremamente fluida. Il rischio di un'escalation è concreto, ma altrettanto reale è la possibilità che i negoziati portino a una de-escalation.
Il destino del Golfo – e in parte dell'economia mondiale – dipende ora da un equilibrio sottilissimo, sospeso tra la forza delle armi e la capacità della diplomazia di prevalere.


