Il Cremlino promette “attacchi sistematici” contro la capitale ucraina e invita diplomatici stranieri a lasciare la città. Dietro la nuova offensiva verbale si intrecciano propaganda, difficoltà militari e crescente pressione interna sulla Russia.


La Russia torna a minacciare apertamente Kiev e lo fa con un linguaggio che, pur richiamando scenari già visti negli ultimi quattro anni di guerra, appare oggi ancora più esplicito e inquietante. Mosca ha annunciato la possibilità di “attacchi consistenti e sistematici” contro la capitale ucraina, dichiarando che nel mirino finirà il “complesso militare-industriale” di Kiev. Parallelamente, il Cremlino ha invitato cittadini stranieri e personale diplomatico ad abbandonare la città “il prima possibile”.

Parole che inevitabilmente fanno temere una nuova escalation del conflitto. Eppure, secondo molti osservatori, dietro questa retorica aggressiva si nasconde anche qualcosa di diverso: la crescente difficoltà della Russia nel controllare l’andamento della guerra, sia sul piano militare sia su quello politico e psicologico.

L’episodio che Mosca utilizza come giustificazione riguarda il bombardamento avvenuto la scorsa settimana a Starobilsk, nella regione di Luhansk occupata dai russi. Il Cremlino accusa l’Ucraina di aver ucciso deliberatamente 21 studenti in un attacco. Kiev continua invece a sostenere di aver colpito una struttura militare presente nell’area occupata.

La differenza narrativa è enorme. Per la Russia, quell’attacco rappresenta il pretesto per legittimare nuove operazioni contro la capitale ucraina. Per Kiev, invece, si tratta dell’ennesimo esempio di propaganda utilizzata da Mosca per giustificare bombardamenti che, nei fatti, rischiano soprattutto di colpire infrastrutture civili e popolazione.

Non è la prima volta che il Cremlino parla di “vendetta”. Tuttavia, in passato Mosca non aveva quasi mai sentito la necessità di costruire una giustificazione pubblica così dettagliata per i propri attacchi. Ed è proprio questo elemento ad attirare l’attenzione degli analisti.

Secondo l’intelligence ucraina, il cambiamento di tono sarebbe il segnale di una crescente pressione interna sulla leadership russa. Quando iniziano ad esserci problemi economici e tensioni nella società russa, cresce anche la richiesta di vendetta. In altre parole, il Cremlino avrebbe bisogno di alimentare la percezione di una guerra esistenziale per consolidare il consenso interno.

Ma non è solo una questione di propaganda interna. Andrii Kovalenko, membro del Consiglio per la sicurezza nazionale ucraino, ritiene che la strategia russa abbia almeno tre obiettivi precisi.

Il primo riguarda il fronte militare. Mosca, sostiene Kovalenko, non sta ottenendo risultati strategici significativi sul campo di battaglia. E proprio per questo starebbe cercando di aumentare la pressione psicologica sull’Ucraina attraverso minacce dirette contro Kiev e attraverso bombardamenti sempre più massicci.

Il secondo obiettivo sarebbe quello di intimidire gli alleati occidentali dell’Ucraina. L’invito rivolto al personale diplomatico straniero a lasciare la capitale non sarebbe casuale: il Cremlino continua a considerare il sostegno europeo e occidentale uno degli ostacoli principali al raggiungimento dei propri obiettivi militari e politici.

Infine, Mosca starebbe tentando di spostare l’attenzione dalle crescenti capacità offensive ucraine. Negli ultimi mesi, infatti, l’Ucraina ha intensificato gli attacchi a lungo raggio contro il territorio russo, colpendo infrastrutture energetiche, aeroporti militari e perfino obiettivi nelle vicinanze di Mosca. Una situazione che incrina la narrativa del Cremlino sulla totale sicurezza del territorio russo.

Il quadro generale, dunque, appare molto più complesso rispetto a una semplice escalation militare. La guerra sta entrando nel suo quinto anno e, secondo diversi centri di analisi occidentali, la situazione non starebbe evolvendo nel modo sperato da Mosca.

L’Institute for the Study of War, think tank statunitense con sede a Washington, sostiene che “la natura del conflitto stia gradualmente cambiando a favore delle forze ucraine”. Il problema principale per la Russia sarebbe l’altissimo costo umano dell’offensiva. Le perdite russe continuano infatti a superare i nuovi arruolamenti da almeno cinque mesi consecutivi.

Questo significa che il Cremlino potrebbe presto trovarsi di fronte a una scelta estremamente delicata: procedere verso una mobilitazione ancora più ampia dell’economia e della società russa oppure rallentare le operazioni offensive.

Nigel Gould-Davies, analista dell’International Institute for Strategic Studies, ritiene che una mobilitazione forzata rappresenterebbe un rischio enorme per la stabilità interna della Russia. Costringere un numero crescente di cittadini a entrare nell’esercito potrebbe infatti generare malcontento sociale e tensioni politiche difficili da controllare.

Tutto questo, però, non riduce affatto il pericolo immediato per l’Ucraina.

Kiev sta ancora facendo i conti con il devastante attacco lanciato dalla Russia nel fine settimana. Secondo le autorità ucraine, Mosca ha utilizzato quasi 600 droni e circa 90 missili, diretti in gran parte contro la capitale. Le difese aeree ucraine sono riuscite a intercettare gran parte dei droni, ma almeno 35 missili hanno raggiunto i loro obiettivi.

Tra le armi utilizzate figura anche il missile ipersonico russo Oreshnik, impiegato raramente fino a oggi. Si tratta di un sistema particolarmente difficile da intercettare con le normali difese aeree e capace di trasportare più testate contemporaneamente.

L’Ucraina potrebbe avere enormi difficoltà nel sostenere nel tempo attacchi di questa intensità. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha rinnovato nelle ultime ore gli appelli agli alleati occidentali affinché aumentino le forniture di sistemi di difesa aerea.

Il problema principale, spiegano dall’aeronautica ucraina, è la scarsità di missili intercettori. I sistemi Patriot di produzione americana restano infatti gli unici realmente efficaci contro molti missili balistici russi, ma le disponibilità sono limitate e la domanda globale continua a crescere.

Ed è proprio questo il nodo centrale della nuova fase della guerra: mentre la Russia mostra segni evidenti di pressione economica e militare, anche l’Ucraina e i suoi alleati iniziano a trovarsi davanti a limiti sempre più concreti. E quando entrambe le parti iniziano a sentirsi sotto pressione, il rischio di un’ulteriore escalation diventa inevitabilmente molto più alto.