Nuova escalation militare nel sud del Libano, dove raid aerei israeliani hanno distrutto l’ultimo collegamento strategico tra le due sponde del fiume Litani, isolando di fatto una parte rilevante del territorio. Secondo quanto riferito dall’agenzia nazionale libanese, due attacchi consecutivi hanno colpito il ponte di Qasmiyeh, arteria fondamentale che collegava l’area di Tiro alla città di Sidone.

La struttura, già sotto pressione nelle ultime settimane, è stata completamente rasa al suolo. Fonti della sicurezza libanese, citate da Reuters, parlano di una distruzione totale, senza alcuna possibilità di ripristino nel breve termine. Si tratta dell’ultimo ponte rimasto operativo dopo che, a partire dal 2 marzo, l’esercito israeliano aveva già colpito e distrutto altre quattro infrastrutture principali lungo il Litani, fiume che divide in due il sud del Paese.

L’impatto è pesante non solo sul piano militare ma anche su quello civile: la distruzione dei collegamenti rende estremamente difficili gli spostamenti della popolazione, complica le operazioni di soccorso e rischia di aggravare ulteriormente la crisi umanitaria in corso.

Sul fronte politico, il presidente libanese Joseph Aoun ha rilanciato la necessità di una de-escalation immediata. Parlando a Beirut durante un incontro con il ministro britannico per il Medio Oriente Hamish Falconer, Aoun ha definito il cessate il fuoco “il punto di partenza naturale” per avviare negoziati diretti con Israele.

Il presidente ha ribadito che qualsiasi percorso diplomatico deve nascere da una reale tregua sul terreno, denunciando il continuo aumento degli attacchi da parte dello Stato ebraico sottolineando l’urgenza di fermare il coinvolgimento dei civili e la distruzione delle infrastrutture.

Aoun ha inoltre rivendicato la piena sovranità libanese nella gestione di eventuali negoziati, escludendo il coinvolgimento diretto di attori esterni. Tra le condizioni ritenute imprescindibili, ha indicato il ritiro delle forze israeliane dal territorio libanese e il dispiegamento dell’esercito nazionale fino ai confini internazionali, con l’obiettivo di ristabilire il controllo statale e porre fine a ogni presenza armata non ufficiale.

Dal canto suo, Falconer ha espresso il sostegno del Regno Unito agli sforzi per una tregua e per l’apertura di un canale negoziale, confermando l’appoggio alle decisioni del governo libanese. Londra ha inoltre annunciato un pacchetto di aiuti umanitari da 20,5 milioni di sterline destinato alla gestione dei profughi e delle emergenze civili.

La situazione sul terreno, infatti, resta estremamente critica: migliaia di persone sono state costrette a lasciare le proprie case e la distruzione delle infrastrutture chiave rischia di aggravare ulteriormente le condizioni di vita nelle aree colpite.

In questo contesto di forte tensione, si apre uno spiraglio diplomatico. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato che Israele e Libano potrebbero avviare già oggi colloqui diretti, i primi dopo oltre tre decenni.

Un passaggio potenzialmente storico, che arriva però mentre sul terreno continuano i bombardamenti e la distruzione sistematica delle infrastrutture libanesi. Un paradosso che evidenzia tutta la fragilità di un processo diplomatico che, senza una reale cessazione delle ostilità, rischia di restare solo sulla carta.

Il futuro immediato del Libano si gioca dunque su un doppio binario: da un lato la pressione militare che continua a colpire il Paese, dall’altro il tentativo – ancora incerto – di riportare il confronto sul piano politico. La tenuta di questo equilibrio precario determinerà se la crisi potrà imboccare la strada del dialogo o scivolare verso un’ulteriore escalation.