Da oltre vent’anni, la grande promessa dell’Euro si è rivelata, per i lavoratori italiani, un’amara illusione. La Contrattazione Collettiva, che avrebbe dovuto garantire una giusta distribuzione della ricchezza e un costante adeguamento dei salari al costo della vita, si è trasformata in una scatola vuota. Mentre i profitti delle imprese crescevano, i salari reali rimanevano inchiodati a livelli di fine anni Novanta. Con il passaggio dalla Lira all’Euro, il potere d’acquisto dei lavoratori dipendenti è letteralmente crollato: la spesa quotidiana è raddoppiata, ma le buste paga no.

In questo contesto, il richiamo alla Scala Mobile non suona più come un nostalgico anacronismo, ma come una sensata provocazione ad una classe dirigente sorda e incapace. Quel meccanismo – tanto criticato all’epoca per la sua presunta rigidità – garantiva una cosa fondamentale: la dignità del lavoro. Collegare automaticamente i salari all’inflazione significava proteggere il reddito reale dei lavoratori, impedendo che il costo della vita divorasse i guadagni.

Oggi, con un’inflazione tornata a livelli preoccupanti e stipendi fermi al palo, riprendere quel principio potrebbe essere non un passo indietro, ma un ritorno al buon senso.

Allo stesso modo, il sistema previdenziale nato dalle riforme Dini e Fornero ha aperto un solco profondo tra generazioni. Si è passati dal sistema retributivo, che garantiva una pensione proporzionata agli ultimi stipendi, ad un sistema contributivo che riflette solo quanto si è versato, a fronte di stipendi da fame che consento di versare contributi direttamente proporzionali, ovvero da fame anch'essi! Il risultato è che chi lavora oggi, pur restando attivo fino a 67 o 70 anni, rischia di ricevere pensioni da fame. Le cosiddette “riforme per la sostenibilità” hanno finito per scaricare l’intero peso dell’equilibrio dei conti pubblici, e della fiscalità, sulle spalle di chi lavora a stipendio fisso.

Ora - a meno di riforme strutturali che al momento non sembrano nelle corde di questa classe dirigente - bisognerebbe avere il coraggio di fare marcia indietro, di rimettere al centro il valore del lavoro e della sicurezza sociale? Tornare al sistema retributivo e riportare l’età pensionabile a 65 anni non sarebbe un’eresia, ma un atto di giustizia per milioni di persone che hanno dato una vita al lavoro e si ritrovano oggi con prospettive sempre più incerte.

La politica, finora, si è limitata a piccoli ritocchi e promesse elettorali. Ma senza una visione che rimetta al centro salari, diritti e previdenza, il divario tra chi lavora e chi vive di rendita continuerà ad allargarsi.

Forse è giunto il momento di ammettere che non tutto ciò che è “nuovo” è migliore, e che talvolta la vera innovazione consiste nel ritornare a ciò che funzionava.