Salute

Salute mentale, Italia a corto di risorse: spesa bassa, personale insufficiente e forti divari tra Nord e Sud

La rete dei servizi di salute mentale in Italia è capillare, ma fragile. Sottofinanziata, con personale insufficiente e forti squilibri territoriali, soprattutto nel Mezzogiorno. È il quadro che emerge dal terzo rapporto del Gruppo di Lavoro su equità e salute nelle Regioni dell’Istituto Superiore di Sanità, pubblicato oggi.

Il documento, promosso dal presidente dell’Iss Rocco Bellantone, arriva dopo quelli dedicati alle cure oncologiche e alle malattie cardiovascolari e fotografa una situazione che, nonostante qualche segnale di attenzione recente, resta critica.

«La pubblicazione di questo rapporto coincide con il varo di un piano strutturato di finanziamenti previsto dall’ultima manovra economica e con il recente Piano Nazionale dedicato alla salute mentale», afferma Bellantone. «In questo contesto, l’analisi può orientare in modo più mirato le politiche e gli interventi futuri».

Spesa tra le più basse d’Europa
Il primo dato riguarda le risorse. La spesa pro capite per la salute mentale è rimasta sostanzialmente ferma: nel 2023 è pari a 71,9 euro per abitante, in calo del 2,6% rispetto al 2015, quando era 73,8 euro. Un investimento tra i più bassi in Europa.

Il divario territoriale è marcato. Nel 2023 si va dai 36 euro per abitante della Campania ai 98,5 euro della Sicilia. Molte regioni del Sud – tra cui Molise, Campania, Calabria e Basilicata – restano stabilmente sotto la media nazionale.

Personale sotto organico del 30%
Ancora più allarmante il dato sugli operatori. Il personale dei Dipartimenti di Salute Mentale è praticamente invariato: 58,3 addetti ogni 100mila abitanti nel 2015, 58,2 nel 2023. Ma rispetto agli standard definiti da Agenas a fine 2022, la dotazione è inferiore di quasi il 30%.

Anche qui il Nord presenta valori più alti, mentre Centro e Sud restano indietro.

Solo l’1,7% della popolazione assistita
Nel 2023 aumenta il numero di persone che hanno avuto almeno una visita nell’anno: +10% rispetto al 2022 e +18% rispetto al 2020, con 169,5 pazienti trattati ogni 100mila abitanti.

Ma il dato va letto con cautela. I servizi specialistici seguono appena l’1,6-1,7% della popolazione, mentre le persone che soffrono ogni anno di un disturbo mentale sono fino a dieci volte di più. In sostanza, una larga parte del bisogno resta fuori dal sistema.

Anche su questo fronte il divario geografico è evidente: Centro e Sud registrano tassi di presa in carico inferiori rispetto al Nord.

Meno strutture, meno posti
Dal 2017 al 2023 le strutture psichiatriche territoriali sono diminuite del 18,5%, quelle residenziali del 13%. Dal 2020 calano anche le strutture semiresidenziali (-12,5%), con una riduzione dei posti (-10% dal 2021) e soprattutto degli utenti presenti (-35% rispetto al 2015).

Le regioni con meno personale tendono ad avere anche meno strutture semiresidenziali. La Calabria risulta particolarmente penalizzata, con i valori più bassi su entrambi i fronti.

Pochi posti letto per acuti
L’Italia dispone di 0,1 posti letto per mille abitanti per ricoveri psichiatrici acuti, contro una mediana di 0,64 nei Paesi OCSE. Tra i livelli più bassi al mondo.

Sud, Sardegna e Centro mostrano valori inferiori rispetto al Nord (con l’eccezione del Friuli-Venezia Giulia). Dal 2020 le dimissioni dai reparti psichiatrici sono in calo: -14% nell’ultimo biennio rispetto al periodo 2015-2019. La disponibilità di posti letto incide direttamente sui ricoveri: dove l’offerta è maggiore, aumenta anche il tasso di ospedalizzazione.

Più farmaci dove mancano operatori
Un altro dato significativo riguarda l’uso degli antipsicotici in regime convenzionato: dal 2015 al 2023 l’aumento è del 63%. L’incremento è più marcato al Sud e nelle Isole, mentre Nord e Centro presentano valori più contenuti.

Le analisi mostrano una correlazione negativa tra l’uso di antipsicotici e sia il numero di prestazioni psichiatriche per utente sia la dotazione di personale. In altre parole, dove mancano operatori e servizi, si ricorre più spesso ai farmaci.

Un’ipotesi che richiama le raccomandazioni dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, che in un recente documento ha sottolineato l’importanza di rafforzare interventi psicosociali, riabilitativi e psicoeducativi per ridurre le disuguaglianze nell’accesso alle cure.

Il quadro che emerge è netto: senza un aumento strutturale di risorse e personale, il sistema rischia di reggere solo formalmente. La rete esiste, ma non basta.

Autore Vincenzo Petrosino
Categoria Salute
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