Milano, Roma, Caserta, Napoli: cambiano i nomi delle città, non cambia la scena, sempre la stessa, sempre più feroce. Giovani donne costrette a fuggire per salvarsi la vita, a correre con il fiato corto e il terrore negli occhi, braccate da un branco di uomini che le inseguono per strada come fossero prede, in pieno centro, sotto le luci dei lampioni, tra locali, negozi, passanti distratti. Si ricorda uno dei tanti fatti di Milano, dove alcune ragazze, di ritorno da una serata, si ritrovano circondate, bersaglio di sguardi sporchi, frasi oscene, passi che si avvicinano troppo. Capiscono subito che non è solo molestia verbale, che non è il solito fastidio: è caccia. Corrono, chiedono aiuto, nessuno interviene, finché un tassista decide di fermarsi, aprire le portiere, farle salire e portarle via da quell’incubo. Un gesto semplice che oggi sembra eroico, perché troppo spesso la città gira la testa dall’altra parte.
Ieri a Napoli, in pieno giorno, al Centro Direzionale, una donna viene aggredita e violentata da un uomo, uno sconosciuto che la individua, la isola e la colpisce nel modo più brutale. Non importa la sua nazionalità: quello che conta è la violenza, la scelta deliberata di trasformare il corpo di una donna in un campo di dominio e umiliazione. La trascina, la immobilizza, la violenta, convinto di poterlo fare, convinto che nessuno lo fermerà. E invece due persone vedono, capiscono che qualcosa non va, intervengono, chiamano aiuto, interrompono quella catena di orrore. Ma il fatto resta: una donna, da sola, in uno spazio pubblico che dovrebbe essere sicuro, è stata trattata come un oggetto, come un bersaglio.
A Caserta la scena si ripete con altre sfumature ma con la stessa radice marcia: una giovane viene aggredita a pochi passi dal centro, vicino alla stazione, in un luogo di passaggio dove chiunque potrebbe essere testimone e invece troppo spesso nessuno vede, nessuno sente, nessuno parla. È pieno giorno o è tarda notte, non fa più differenza: da Nord a Sud le donne non possono più passeggiare tranquille, non possono più vivere la strada come uno spazio di libertà. Ogni marciapiede può diventare un confine di paura, ogni angolo buio un potenziale teatro di violenza.
E poi c’è l’anziana, quella che dovrebbe essere protetta più di tutti, aggredita da un gruppo, circondata, spinta, colpita, trattata con una crudeltà che fa rabbrividire. Non c’è rispetto per l’età, per la fragilità, per la dignità. La ferocia dell’uomo, quando sceglie la violenza, è sempre la stessa: non guarda in faccia nessuno, non conosce limiti, non conosce vergogna.
Questi episodi non sono casi isolati, non sono brutte storie da archiviare in fretta tra una notizia e l’altra. Sono il segnale di una deriva profonda, di una cultura che ancora tollera, minimizza, giustifica. Si parla di ragazzate, di esagerazioni, si chiede alle donne di stare più attente, di non uscire sole, di cambiare strada, orari, vestiti. Ma chi deve cambiare, chi deve essere fermato, sono gli aggressori. Italiani o stranieri, ormai non fa differenza: la ferocia non ha cultura, non ha confini, non ha alibi.
È troppo comodo scaricare sulle vittime il peso della prevenzione.
La verità è che oggi, in Italia, una donna che cammina da sola non può mai sentirsi davvero al sicuro: né sotto il sole del pomeriggio, né sotto le luci al neon della notte. E questo è inaccettabile. Non è paura percepita, è paura reale, fondata su fatti, denunce, referti medici, testimonianze. Ogni aggressione è una ferita non solo sul corpo di chi la subisce, ma sulla credibilità di uno Stato che promette tutela e spesso arriva tardi, di una società che si indigna per un giorno e poi dimentica.
Essere duri oggi significa smettere di edulcorare la realtà: le donne vengono inseguite, insultate, toccate, picchiate, violentate per strada. Succede nelle metropoli e nei paesi, davanti alle stazioni, nei parcheggi, nei parchi, nei quartieri residenziali. Succede perché c’è ancora chi pensa di avere il diritto di disporre del corpo femminile, di “provarci” tanto per, di vedere fino a dove può spingersi. E succede perché troppo spesso le conseguenze per chi aggredisce sono deboli, lente, lontane.
La cronaca di questi giorni è un atto d’accusa contro la violenza, contro l’indifferenza, contro ogni forma di complicità silenziosa. Le donne non devono imparare a scappare meglio, a urlare più forte, a organizzare percorsi più sicuri. Devono poter camminare. Punto. E finché questo non sarà possibile, ogni episodio come quelli di Milano, del Centro Direzionale, di Caserta, dell’anziana aggredita, non sarà solo una notizia: sarà la prova che stiamo fallendo tutti.


