La carenza di infermieri in Italia non è più una notizia, è il sottofondo costante. Tipo il rumore del frigorifero di notte: all’inizio lo noti, poi ci convivi. Solo che qui il problema non si può ignorare. Perché nel frattempo la gente se ne va. Sul serio.
Non è solo una questione di pensionamenti. Quelli, per carità, arrivano e sono previsti. Il punto è un altro: sempre più infermieri decidono che così non ne vale la pena. E allora cambiano lavoro oppure fanno le valigie. Non per spirito d’avventura, ma per una logica quasi banale: stessi sacrifici, stipendio più alto, condizioni migliori. Fine del ragionamento.
Nel frattempo, nei reparti succede una cosa curiosa — curiosa per modo di dire. Gli infermieri rimasti fanno il lavoro di due, a volte di tre. Ci sono turni in cui ti ritrovi con una fila di pazienti che sembra la coda alle poste negli anni ‘90. Solo che qui non distribuisci numeri, distribuisci cure. E il tempo, quello sì, è sempre troppo poco.
E allora si corre. Si corre sempre. Non nel senso poetico del termine, proprio fisicamente. Da una stanza all’altra, con la sensazione costante di essere in ritardo su qualcosa. Non perché non sei bravo, ma perché il sistema è più veloce di te. E non aspetta.
Nel frattempo, fuori dall’ospedale, si continua a dire che “servono più infermieri”. Vero. Sacrosanto. Ma c’è un dettaglio che sfugge: gli infermieri ci sono. Solo che molti hanno smesso di fare gli infermieri… qui.
Perché il problema non è solo quanti ne formi, ma quanti riesci a trattenere. E qui iniziano le dolenti note. Stipendi bassi rispetto ad altri Paesi europei. Poche possibilità di crescita. Turni che ti sballano la vita sociale, il sonno, a volte anche l’umore. E un riconoscimento che spesso resta nelle conferenze stampa, ma fatica ad arrivare in corsia.
Dopo il Covid, tanti hanno fatto una specie di bilancio personale. Non filosofico, proprio terra terra: “Ma io posso andare avanti così per altri dieci anni?” E la risposta, per molti, è stata una risata amara seguita da un curriculum aggiornato.
Nel frattempo, la popolazione invecchia. Più anziani, più malattie croniche, più bisogno di assistenza. Tradotto: servirebbero più infermieri. Invece siamo già in affanno adesso.
Si provano soluzioni, certo. Concorsi, assunzioni, qualche tentativo di recuperare personale dall’estero. Ma se il problema resta lo stesso, è come mettere un cerotto su una crepa nel muro: tiene un po’, poi si riapre.
La verità, detta senza troppi giri, è questa: non è che gli infermieri sono spariti. È che sempre meno persone sono disposte a fare questo lavoro alle condizioni attuali.
E quindi sì, le corsie restano piene. Ma non sempre di personale. E mentre qualcuno cerca di tappare i buchi, qualcun altro chiude la valigia.
E onestamente, guardando certe situazioni, è anche difficile biasimarli.


