Il recente monito lanciato da Lana Nusseibeh, vice ministro per gli affari politici e inviata speciale degli Emirati Arabi Uniti, segna un passaggio delicato nelle relazioni israelo-emiratine e, più in generale, nella tenuta dell'architettura regionale costruita intorno agli Accordi di Abramo.


Il significato strategico dell'avvertimento

Nusseibeh ha definito l'annessione della Cisgiordania una "linea rossa" che porrebbe fine sia alla visione di integrazione regionale sia alla prospettiva della soluzione a due Stati. La gravità del messaggio sta nel fatto che proviene da Abu Dhabi, promotore della normalizzazione con Israele nel 2020, e giunge alla vigilia del quinto anniversario di quell'accordo. Gli Emirati Arabi Uniti hanno sempre descritto gli Accordi di Abramo come una scelta strategica irreversibile; il fatto che ora minaccino di sospenderne la logica segna un salto qualitativo nella crisi diplomatica.


L'annessione come detonatore geopolitico

L'eventuale decisione israeliana di annettere ampie porzioni della Cisgiordania non avrebbe solo conseguenze sul piano bilaterale con gli Emiratini, ma rischierebbe di rimettere in discussione l'intera architettura della cooperazione regionale costruita negli ultimi anni. L'Arabia Saudita, che valuta la normalizzazione con Israele, condiziona ogni apertura a un percorso politico credibile verso lo Stato palestinese. Un annuncio di annessione non solo congelerebbe quel processo, ma alimenterebbe nuove fratture interne al mondo arabo e islamico, offrendo terreno fertile ai gruppi radicali.


La variabile statunitense

Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca rappresenta un fattore chiave. Durante il suo primo mandato, Israele aveva sospeso i piani di annessione in cambio degli Accordi di Abramo, con una garanzia statunitense limitata al periodo presidenziale. Con il nuovo contesto politico, i partner della destra israeliana intravedono un'occasione storica: un'amministrazione meno ostile all'annessione e una comunità internazionale divisa. Tuttavia, Nusseibeh ha fatto leva proprio sull'interesse di Trump a preservare gli Accordi di Abramo come parte del suo lascito politico, inviando un messaggio diretto a Washington: sostenere l'annessione significherebbe sabotare la più visibile eredità diplomatica della precedente amministrazione.


La dimensione interna israeliana

Il richiamo di Abu Dhabi non è rivolto unicamente al governo Netanyahu, ma alla società israeliana. Come già nel 2020 con l'intervento dell'ambasciatore Otaiba, il messaggio emiratino cerca di parlare all'opinione pubblica, sottolineando i costi strategici e le opportunità perse di fronte a un'eventuale annessione. Sondaggi passati hanno mostrato che la maggioranza degli israeliani preferiva la normalizzazione ai piani di sovranità sulla Cisgiordania: Abu Dhabi sembra puntare nuovamente su questo canale.


Rischio di arrivare ad un punto di non ritorno

Il contesto regionale è oggi molto più instabile che nel 2020. L'attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, la lunga guerra a Gaza e la crescente radicalizzazione interna israeliana hanno logorato la legittimità degli Accordi di Abramo nell'opinione pubblica araba. Nusseibeh ha avvertito che un'annessione potrebbe costituire un "punto di non ritorno", trasformando la mano tesa degli Emirati e di altri Paesi arabi in un gesto ritirato e potenzialmente definitivo.


La partita non riguarda solo i rapporti tra Israele e Abu Dhabi, ma la sopravvivenza di un modello alternativo di integrazione regionale basato su stabilità, cooperazione economica e tolleranza. Se Israele procederà con l'annessione, rischierà non solo l'isolamento diplomatico in Medio Oriente, ma anche la compromissione dell'unico quadro che negli ultimi decenni ha offerto una prospettiva concreta di superamento della logica del conflitto permanente.

In termini geopolitici, il messaggio emiratino va letto come un avvertimento strategico: o Israele sceglie l'integrazione regionale, o imbocca una strada che lo riporterà verso un isolamento quasi totale nel mondo arabo.