L’attuale ossessione della sinistra italiana per Giorgia Meloni riproduce una dinamica psicopolitica e antropologica profonda che attraversa l’intera storia della Repubblica, ricalcando il fenomeno di polarizzazione assoluta attorno a una singola figura ricalca fedelmente i passaggi storici che videro come bersagli Amintore Fanfani, Bettino Craxi e Silvio Berlusconi.
Non si tratta di una semplice opposizione programmatica, ma di una dinamica identitaria in cui il leader avversario viene trasformato nel perno attorno a cui ruota l'intera esistenza della coalizione antagonista.

Sotto il profilo psicopolitico, la focalizzazione totalizzante sul leader di turno risponde al meccanismo della proiezione descritto dalla psicologia sociale.
Secondo i modelli della psicologia sociale (come quelli analizzati da Jost, Glaser, Kruglanski e Sulloway sui bisogni cognitivi e orientamenti politici), l'identificazione "in negativo" compensa la perdita di punti di riferimento ideologici stabili.
Quando un'area politica fatica a definire chi è, si definisce attraverso chi combatte. Il leader avversario viene investito di un'aura di onnipotenza negativa (proiezione), diventando il ricettacolo di tutte le fobie collettive del gruppo.

Questa dinamica crea una dipendenza simbiotica ed emotiva: l'oppositore ha psicologicamente bisogno del nemico giurato, poiché la demonizzazione dell'avversario rimane l'unico elemento capace di tenere unito un fronte interno altrimenti frammentato e privo di una visione comune.

Dal punto di vista antropologico, la saggistica e la sociologia della comunicazione (da Umberto Eco alle analisi sui linguaggi politici di Marco Gervasoni) evidenziano come la politica italiana utilizzi schemi ancestrali di tipo rituale e tribale, come quelli delle culture arcaiche studiate da antropologi come René Girard, la comunità ritrova l'unità interna canalizzando la violenza e il conflitto verso un unico capro espiatorio.

Il Leader Avversario diventa un Totem da Demonizzare onde garantire la coesione temporanea del gruppo. Il dibattito pubblico abbandona la concretezza delle leggi e dei provvedimenti economici per spostarsi su una dimensione puramente morale e antropologica. L'avversario non è più un legittimo competitore con idee diverse, ma diventa un totem negativo che incarna ogni male socioculturale.

Dal punto di vista della comunicazione sociale, nella polemica politica italiana, la delegittimazione dell'avversario si serve sistematicamente degli stratagemmi catalogati da Schopenhauer per spostare il confronto dal piano dei fatti a quello della persona.

L'esempio più calzante è l'utilizzo esasperato dello stratagemma n. 28, che consiste nell'argomentare non per convincere l'avversario, ma per sollevare il plauso e l'indignazione del pubblico (l'uditorio), facendo leva sui suoi pregiudizi storici o culturali. Quando l'azione di governo viene tradotta nel pericolo di una deriva autoritaria, si applica una variazione di questo principio: si evoca un timore collettivo profondo per squalificare l'interlocutore agli occhi della platea, aggirando il merito tecnico delle riforme.

Ancor più centrale è lo stratagemma n. 16, ovvero l'argomento ad hominem o ex concessis. Schopenhauer spiega che per confutare una tesi basta mostrare che essa è in contraddizione con la condotta, la storia o l'essenza stessa di chi la sostiene. La tendenza della sinistra a focalizzarsi sulla biografia della Premier, sulle sue radici politiche o sulle sue espressioni personali è la traduzione perfetta di questo espediente. Non si contesta la bontà o l'efficacia di un provvedimento in sé, ma lo si dichiara antropologicamente irricevibile in virtù dell'identità di chi lo propone.

Questo processo culmina nello stratagemma dell'attacco ad personam. Schopenhauer scrive che quando ci si accorge che l'avversario è superiore e si rischia di avere torto, si deve diventare offensivi, oltraggiosi e grossolani, abbandonando l'oggetto della discussione per colpire il soggetto. La psicologizzazione e la patologizzazione dell'avversario – descriverlo come ossessionato, inadeguato o guidato da risentimenti – rispondono proprio a questa necessità eristica: se il leader politico viene ridotto a un caso clinico o a un'anomalia antropologica, ogni sua tesi decade automaticamente e non merita nemmeno di essere discussa.
 
Questa esasperazione della dialettica eristica trova il suo palcoscenico ideale nei talk show televisivi e nelle dinamiche dei social media, dove l'obiettivo primario non è il confronto democratico, ma la distruzione dell'immagine pubblica del competitore.
In questi contesti, la tecnica che Schopenhauer definisce come l'ampliamento (stratagemma n. 1) viene applicata in modo sistematico.

Nei dibattiti televisivi, questa dilatazione del significato serve a creare un contrasto emotivo immediato per il pubblico a casa. Se il governo propone una misura di contenimento della spesa pubblica o una riforma procedimentale, l'espediente eristico consiste nel non contestare i numeri o l'efficienza del testo, bensì nel presentare il provvedimento come l'inizio di uno smantellamento sistematico dello Stato sociale o dei diritti civili.
Questa iperbole interpretativa sposta la discussione su un piano ideale e astratto, costringendo l'interlocutore a difendersi da un'accusa enorme e infondata invece di argomentare nel merito della legge.

Non a caso, parlando di Giorgia Meloni, l'attenzione si sposta continuamente dalla prassi di governo ai dettagli della sua biografia, alle sue espressioni facciali, alla sua postura o alle sue vicende personali, trasformando lo scontro politico in gossip personale e derisione caratteriale.

I fatti del dibattito contemporaneo confermano questa tendenza alla psicologizzazione della politica. Come già accaduto durante il ventennio berlusconiano, ogni riforma o dichiarazione viene letta non come il frutto di una normale alternanza conservatrice, ma come una minaccia esistenziale per la democrazia. 
Questa reazione emotiva e totalizzante finisce - però - per produrre un paradosso comunicativo: nel tentativo di arginarlo, l'opposizione finisce per consegnare al leader al potere il controllo totale dell'agenda pubblica, trasformando ogni discussione in un monologo sulla sua figura  o quella dei collaboratori più diretti.