Confindustria lo dice senza giri di parole: l'Italia cresce solo grazie al PNRR e ai bonus edilizi. Tutto il resto è immobilismo travestito da prudenza.
Se qualcuno nutriva ancora dubbi, il Centro Studi di Confindustria (CSC) li ha spazzati via: nel suo ultimo Rapporto di Previsione Autunno 2025, parla di una crescita italiana ridotta allo 0,5%. Tradotto: stagnazione, mascherata da “tenuta”. E se l'Italia non è già sprofondata nella recessione, il merito non è certo della programmazione economica del governo Meloni — semmai, del PNRR e di quegli incentivi fiscali alle ristrutturazioni che il governo ha più volte promesso di “razionalizzare” (leggi: ridurre).
Il PNRR, ultima ancora di salvezza
Confindustria non lascia spazio a interpretazioni: senza PNRR, il PIL sarebbe negativo nel 2025. “La dinamica del PIL in assenza del Piano sarebbe di -0,3%”, scrive nero su bianco il CSC. Con il Piano, invece, si arriva a un timido +0,5%. È una differenza abissale — e anche una condanna implicita.
Perché se l'intera crescita del Paese dipende da fondi europei scritti e pianificati altrove, significa che a Roma manca una rotta. Altro che “sovranità economica”: il motore dell'Italia lo paga Bruxelles, lo guida Bruxelles e, spesso, lo rallenta Roma con la sua burocrazia.
Il Piano muove circa 130 miliardi di euro tra il 2025 e il 2026, ma Confindustria ipotizza che ne verrà spesa “solo la metà”. Una previsione che suona più come una rassegnazione: la macchina amministrativa, inceppata e priva di visione strategica, rischia di vanificare l'occasione del secolo. Ma non ditelo troppo forte, perché dalle parti di Palazzo Chigi si preferisce parlare di “rigore” e “gradualità”.
Bonus edilizi: il rifugio dei cittadini, non la strategia dello Stato
Mentre il governo si barcamena tra decreti correttivi e spot sulla “fine dell'era dei bonus”, le famiglie italiane continuano a spendere di tasca propria per ristrutturare casa. Non per fiducia nell'economia, ma perché la casa resta l'unico bene rifugio in un Paese dove nulla cresce più.
Nel 2025, gli investimenti nel settore edilizio sono tornati a salire: +3,1%, contro lo 0,5% del PIL. La spinta arriva dagli Ecobonus e Bonus Ristrutturazioni, ormai depotenziati, ma ancora vivi grazie all'iniziativa dei cittadini. “Le famiglie hanno familiarizzato con lo strumento fiscale delle detrazioni”, osserva Confindustria: peccato che lo Stato non sembri altrettanto a suo agio con la pianificazione.
E mentre si discute se chiudere o no il rubinetto degli incentivi, il settore delle costruzioni è l'unico che tiene in piedi l'economia reale. Il resto — industria, servizi, export — arranca. Ma il governo sembra convinto che basti tagliare qualche voce di spesa per sistemare i conti e “rilanciare la fiducia”. Spoiler: la fiducia non si scrive nei comunicati stampa.
Una crescita senza guida
Il CSC è impietoso: la dinamica del PIL è sostenuta “prevalentemente dagli investimenti, in minor misura dai consumi delle famiglie, mentre contribuiscono negativamente le esportazioni nette”. Tradotto: la domanda interna arranca, l'export crolla, e la politica economica non offre un orizzonte.
Gli investimenti pubblici sono drogati dal PNRR, quelli privati sopravvivono solo grazie ai bonus. Quando entrambi finiranno — e finiranno presto — resterà il vuoto. E quel vuoto ha un nome preciso: assenza di programmazione.
Confindustria lo suggerisce con diplomazia, ma il messaggio è limpido: servono misure di lungo periodo, non interventi spot. E servono subito, perché il PNRR “si concluderà nei primi mesi del prossimo anno”. Dopo, cosa resta? Un Paese che ha speso metà dei fondi disponibili e nessuna idea su come proseguire.
Meloni e il paradosso della prudenza
Il governo rivendica prudenza fiscale, ma Confindustria parla di deficit in calo solo grazie alla fine del Superbonus, non per meriti di gestione. Gli incentivi produttivi di Transizione 4.0 e 5.0 si esauriranno nel 2025, e non esiste ancora un piano alternativo credibile.
Il risultato è un Paese che, per crescere, deve sperare che le famiglie smettano di risparmiare e ricomincino a spendere. Un paradosso in piena regola: lo Stato chiede ai cittadini di rischiare, mentre lui continua a giocare in difesa.
La morale (amara) del rapporto
In definitiva, l'Italia del 2025 non cresce per merito della politica, ma nonostante essa.
Confindustria lo scrive con la cautela di chi non vuole offendere, ma tra le righe è tutto lì: se non fosse per il PNRR e per qualche bonus sopravvissuto alla scure del governo, il Paese sarebbe in recessione tecnica.
La crescita, insomma, non è frutto di visione, ma di inerzia. E la “meloni-economia”, fatta di annunci, tagli e prudenza, rischia di passare alla storia come l'ennesimo capitolo di un'Italia che si accontenta di non arretrare, mentre il mondo va avanti.
Il governo Meloni continua a raccontare un'Italia “in ripresa” come se bastasse evocarla per farla esistere. Ma i numeri di Confindustria parlano chiaro: la crescita è in affitto, pagata dall'Europa e sostenuta da bonus che Roma non ha mai saputo gestire. Quando il PNRR chiuderà i rubinetti, sperando che non ci vengano richiesti indietro i numerosi miliardi ricevuti e non spesi, resteranno solo le solite promesse e un Paese che si illude di correre mentre cammina sul posto.


