Iran–USA, la guerra delle narrazioni: Teheran rivendica la resistenza, Mosca rafforza l’asse
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi nega ogni successo americano nel conflitto in corso e rilancia l’alleanza strategica con la Russia: tra diplomazia e propaganda, si gioca una partita globale.
Nel grande teatro della geopolitica contemporanea, dove i fatti spesso si confondono con le versioni ufficiali e la verità si frantuma in molteplici narrazioni, l’ultimo capitolo dello scontro tra Iran e Stati Uniti si consuma anche – e forse soprattutto – sul piano simbolico. A parlare è Abbas Araghchi, ministro degli Esteri iraniano, che da San Pietroburgo liquida senza esitazioni le dichiarazion di Trump: Washington, sostiene, “non ha raggiunto nemmeno uno dei suoi obiettivi” nel conflitto in corso contro l’Iran.
Una dichiarazione netta, quasi tranchant, che arriva in risposta indiretta alle affermazioni del presidente USA, il quale aveva invece rivendicato il successo dell’operazione. Due versioni inconciliabili, due letture opposte dello stesso evento, che riflettono una dinamica ormai consolidata nei conflitti moderni: la guerra non si combatte soltanto sul terreno, ma anche – e soprattutto – nella percezione pubblica.
Araghchi insiste su un punto chiave: il fatto che gli Stati Uniti abbiano successivamente avanzato una richiesta di negoziato sarebbe, secondo Teheran, la prova implicita del fallimento militare. Una tesi che, più che un’analisi oggettiva, appare come una mossa retorica ben calibrata per rafforzare la posizione iraniana sia sul piano interno sia su quello internazionale. Per il governo di Teheran, resistere alla “più grande superpotenza del mondo” diventa non solo una necessità strategica, ma anche un elemento identitario.
Ma il vero messaggio politico riguarda il rafforzamento dell’asse con Mosca. Durante la visita a San Pietroburgo, Araghchi ha ribadito con forza che Iran e Russia sono “partner strategici” e che la cooperazione tra i due Paesi proseguirà senza esitazioni. Parole che trovano conferma nei toni positivi espressi da Sergey Lavrov, il quale ha definito “costruttivi e operativi” i colloqui avuti con la controparte iraniana e con il presidente Vladimir Putin.
L’incontro, durato circa due ore nella Biblioteca Presidenziale Boris Eltsin di San Pietroburgo, non è stato soltanto un momento di confronto diplomatico, ma un segnale preciso al resto del mondo: l’intesa tra Teheran e Mosca non è episodica, bensì strutturale. In un contesto internazionale segnato da tensioni crescenti e da equilibri sempre più fragili, la saldatura tra i due Paesi rappresenta una sfida diretta all’influenza occidentale.
Non è un caso che la visita di Araghchi si inserisca in un più ampio tour regionale, che lo ha visto impegnato anche in Pakistan e Oman. Una diplomazia in movimento, che cerca di consolidare alleanze, sondare margini di negoziato e, al tempo stesso, costruire una narrativa coerente: quella di un Iran accerchiato ma non isolato, colpito ma non piegato.
Resta tuttavia una domanda di fondo, che nessuna dichiarazione ufficiale riesce a sciogliere del tutto: chi sta davvero vincendo? In assenza di dati verificabili e indipendenti, il rischio è che la realtà venga progressivamente sostituita da una competizione tra versioni, dove ogni attore rivendica il successo e attribuisce all’altro il fallimento.
In questo scenario, la verità diventa un territorio conteso quanto – se non più – di quello militare. E mentre Teheran proclama la propria resilienza e Washington difende la propria efficacia, il mondo assiste a un conflitto che non sembra avere né vincitori chiari né una fine immediata all’orizzonte. Una guerra che, almeno per ora, si combatte anche – e forse soprattutto – con le parole.