L'Italia crea occupazione, registra il numero più alto di lavoratori degli ultimi decenni e vede aumentare i contratti a tempo indeterminato. Eppure gli italiani continuano a sentirsi sempre più poveri. È questa la fotografia, per certi versi impietosa, che emerge dal XXV Rapporto Annuale dell'INPS, un documento di oltre quattrocento pagine che racconta un Paese nel quale gli indicatori del mercato del lavoro migliorano, ma dove i salari reali restano compressi, il potere d'acquisto continua a soffrire, la natalità crolla e l'invecchiamento della popolazione rischia di mettere sotto pressione l'intero sistema di welfare.

Il dato più evidente è il paradosso italiano: mai così tanti occupati, ma senza che questo si traduca automaticamente in un miglioramento delle condizioni economiche di milioni di famiglie. Un risultato che racconta molto di più di una semplice statistica e che mette in discussione la qualità stessa della crescita registrata negli ultimi anni.

L'INPS certifica infatti che il mercato del lavoro ha raggiunto nuovi massimi storici. Gli occupati hanno superato quota 24 milioni, mentre il tasso di occupazione ha raggiunto il 63%, il livello più elevato mai registrato. La crescita è stata trainata soprattutto dal lavoro dipendente stabile, con oltre 27 milioni di assicurati iscritti all'Istituto previdenziale e una forte espansione dei contratti a tempo indeterminato rispetto agli anni della pandemia.

Ma basta andare oltre i numeri per capire come questa non sia una storia di pieno successo.

Lo stesso Rapporto sottolinea infatti che, nonostante i record occupazionali, l'Italia continua ad avere il tasso di occupazione più basso tra le principali economie europee, rimanendo distante da Germania, Francia e Polonia. A pesare sono soprattutto il persistente divario occupazionale femminile, il forte tasso di inattività e gli squilibri territoriali che continuano a penalizzare il Mezzogiorno.

Ancora più significativo è ciò che emerge sul fronte delle retribuzioni.

Il documento certifica senza mezzi termini che gli stipendi nominali sono aumentati, ma quelli reali hanno perso potere d'acquisto. In altre parole, gli italiani hanno ricevuto buste paga più alte solo sulla carta, mentre l'inflazione ha eroso buona parte degli aumenti. L'INPS riconosce che gli interventi fiscali e contributivi degli ultimi anni hanno attenuato l'impatto soprattutto per i redditi medio-bassi, ma evidenzia anche che tali misure non sono state sufficienti a compensare completamente la perdita del potere d'acquisto.

È probabilmente questa una delle conclusioni più pesanti dell'intero Rapporto.

L'Istituto va infatti oltre la semplice fotografia congiunturale e ricorda che la stagnazione salariale italiana non nasce con l'inflazione degli ultimi anni, ma rappresenta un problema strutturale che affonda le proprie radici negli anni Ottanta. Il documento parla chiaramente di una crescita dei salari reali progressivamente azzerata nel corso dei decenni e aggravata dalla recente impennata dei prezzi, indicando come causa principale la debole capacità del sistema produttivo italiano di generare e distribuire valore. Una valutazione tecnica che, letta in chiave politica ed economica, suona come una severa critica alle strategie di sviluppo perseguite dal Paese negli ultimi quarant'anni.

Se il lavoro cresce ma i salari non tengono il passo del costo della vita, il risultato è inevitabile: lavorare non basta più, da solo, a garantire un reale miglioramento del tenore di vita.

Accanto alla questione salariale emerge poi un'altra grande emergenza nazionale: quella demografica.

L'INPS dedica ampio spazio al progressivo invecchiamento della popolazione e al continuo calo delle nascite, definendolo uno dei principali fattori destinati a incidere sul futuro del sistema previdenziale, del mercato del lavoro e della stessa sostenibilità dello Stato sociale. Il Rapporto osserva che gli incentivi economici, come l'Assegno Unico Universale e altri bonus destinati alle famiglie, possono favorire un aumento della natalità, ma rischiano contemporaneamente di ridurre la partecipazione femminile al mercato del lavoro se non vengono accompagnati da servizi adeguati. Al contrario, strumenti come il Bonus asilo nido e il lavoro da remoto risultano molto più efficaci nel sostenere l'occupazione delle madri e nel favorire la conciliazione tra famiglia e lavoro.

Si tratta di una riflessione che va ben oltre la semplice gestione delle prestazioni assistenziali e mette al centro una questione strutturale: senza servizi, infrastrutture sociali e politiche di lungo periodo, gli incentivi economici rischiano di non essere sufficienti ad arrestare il declino demografico italiano.

Anche sul fronte pensionistico il quadro appare meno rassicurante di quanto potrebbe sembrare.

L'INPS evidenzia che il numero dei pensionati rimane sostanzialmente stabile, mentre cresce in modo strutturale la spesa legata alla non autosufficienza e aumenta il fenomeno dei cosiddetti "pensionati lavoratori", persone che continuano a svolgere un'attività lavorativa anche dopo il pensionamento. Parallelamente, permane un forte squilibrio di genere: pur rappresentando la maggioranza dei pensionati, le donne percepiscono meno della metà dei redditi pensionistici complessivi a causa di carriere più discontinue e retribuzioni storicamente inferiori.

Il Rapporto fotografa inoltre un mercato del lavoro sempre più trasformato dalla demografia.

Da una parte cresce il numero dei giovani assicurati e aumenta in maniera significativa il contributo dei lavoratori provenienti da Paesi extra Unione Europea, diventati una componente sempre più importante della crescita occupazionale. Dall'altra continua invece la contrazione del lavoro autonomo tradizionale, mentre aumentano le forme di lavoro più flessibili riconducibili alla Gestione Separata, segnale di un sistema produttivo che cambia profondamente ma non sempre offre percorsi lavorativi stabili e continui.

Nel complesso il XXV Rapporto Annuale dell'INPS restituisce l'immagine di un Paese sospeso tra luci e ombre.

Da un lato ci sono record occupazionali, una disoccupazione ai minimi storici e un sistema previdenziale che continua a rappresentare il principale pilastro del welfare nazionale.

Dall'altro emergono problemi che nessun dato positivo riesce più a nascondere: salari reali fermi da decenni, perdita del potere d'acquisto, produttività insufficiente, crisi demografica, profonde disuguaglianze territoriali e di genere e una popolazione sempre più anziana.

È proprio questo il messaggio più forte del Rapporto. L'Italia può anche continuare ad aumentare il numero degli occupati, ma se il lavoro non garantisce stipendi adeguati, se fare figli diventa sempre più difficile, se i giovani faticano a costruire carriere solide e se la crescita economica non si traduce in maggiore benessere diffuso, il rischio è quello di costruire un'economia statisticamente migliore ma socialmente sempre più fragile.

Più che una celebrazione dei record occupazionali, il Rapporto dell'INPS è quindi come un invito a guardare oltre le percentuali. Perché la vera sfida non è soltanto creare lavoro, ma creare lavoro che permetta davvero di vivere meglio. E, leggendo le oltre quattrocento pagine del documento, è difficile sostenere che questo obiettivo sia stato finora pienamente raggiunto.



Fonte: www.inps.it/content/dam/inps-site/pdf/dati-analisi-bilanci/rapporti-annuali/xxv-rapporto-annuale/Rapporto_annuale_XXV_2026.pdf