“Quel che resta di un’isola” affronta il tema dei legami che cambiano senza bisogno di grandi rotture o drammi evidenti. Anita Bozzo ci ha parlato del lato più intimo del romanzo, della sua esperienza nel teatro e di quel senso di incompletezza che attraversa molte relazioni della vita reale.

Nel romanzo c’è una continua sensazione di distanza: geografica, emotiva, perfino temporale. Ti capita anche nella vita reale di avere paura che le persone importanti diventino soltanto ricordi?
Sì, credo che sia una delle paure che mi accompagna da sempre. Forse per questo scrivo. Mi colpisce il fatto che nulla resti davvero immutato: le persone cambiano, si allontanano, a volte spariscono dalla nostra vita senza che ci sia un momento preciso in cui accade. Ci si ritrova a pensare a qualcuno che era parte della quotidianità e a rendersi conto che ormai esiste soprattutto nella memoria. Il libro nasce anche da questo: dal tentativo di trattenere qualcosa che inevitabilmente sfugge. Non per fermarlo, ma per osservarlo meglio.
Il rapporto tra la narratrice, Pietro e Agnese è pieno di tenerezza ma anche di piccoli egoismi, gelosie e incomprensioni. Era importante evitare personaggi troppo perfetti?
Assolutamente sì. Credo che l'affetto più autentico conviva sempre con zone d'ombra. Nelle relazioni importanti non esistono solo la generosità o la comprensione: esistono anche la gelosia, il desiderio di essere scelti, le aspettative, perfino una certa dose di egoismo. Mi interessava raccontare personaggi che si volessero bene senza idealizzarsi. Pietro, Agnese e la narratrice si feriscono a vicenda proprio perché tengono molto gli uni agli altri. Per me era importante che fossero umani prima ancora che simpatici.
Hai una formazione teatrale molto forte. Pensi che questo abbia influenzato il modo in cui costruisci dialoghi e scene emotive?
Sicuramente. Il teatro mi ha insegnato ad ascoltare le persone e a osservare ciò che accade tra una battuta e l'altra. Mi interessano molto i silenzi, le tensioni sotterranee, le cose che non vengono dette apertamente. Anche quando scrivo narrativa, penso spesso alle scene come a momenti da abitare fisicamente: cerco di capire dove si trovano i personaggi, come si muovono nello spazio, cosa stanno evitando di dire. Credo che il teatro mi abbia lasciato soprattutto questa attenzione alla presenza e alle relazioni.
Se dovessi dire qual è il messaggio più nascosto del libro, quello che magari non tutti colgono subito, quale sarebbe?
Forse che non possiamo conservare tutto. Passiamo molto tempo a cercare di trattenere luoghi, persone, versioni di noi stessi che non esistono più. Ma la memoria non serve a riportare indietro ciò che abbiamo perso: serve a permetterci di continuare a portarlo con noi. In fondo il libro parla proprio di questo. Non di come si evita una perdita, ma di come si impara a vivere accanto alla sua assenza.
https://www.edizionimontag.it/catalogo/quel-che-resta-di-unisola/

