Sanità Usa, il Segretario alla Salute Kennedy Jr ha deciso di dar battaglia... agli esperti!
Negli Stati Uniti il dibattito sulla sanità pubblica imbocca una traiettoria sempre più controversa. Al centro c’è Robert F. Kennedy Jr., attuale Segretario alla Salute, che negli ultimi giorni ha alzato il tiro contro la comunità scientifica con dichiarazioni destinate a far discutere.
«Fidarsi degli esperti non è una caratteristica della democrazia, né della scienza. È una caratteristica della religione e del totalitarismo», ha affermato. Una frase che ribalta un presupposto consolidato: l’idea che competenza e studio rappresentino un pilastro delle decisioni pubbliche, soprattutto in ambito sanitario.
La critica alle élite tecniche non è una novità nel panorama politico americano. Ma qui il passo in avanti è netto. Non si tratta più soltanto di sostenere che ogni opinione meriti ascolto. Il messaggio è più radicale: l’esperienza stessa diventa motivo di sospetto. Anni di ricerca, pubblicazioni, pratica sul campo non sarebbero una garanzia, bensì un possibile segnale di appartenenza a un sistema chiuso, autoreferenziale.
Il paradosso è evidente. In qualunque altro settore – dall’aviazione alla chirurgia – l’esperienza è un requisito irrinunciabile. Eppure, nel campo della salute pubblica, viene dipinta come un potenziale veicolo di autoritarismo. Il risultato è uno slittamento culturale profondo: la competenza non più come risorsa, ma come problema.
A rendere ancora più acceso il confronto è arrivata un’uscita personale dello stesso Segretario: «Non bisogna aver paura dei germi. Non ne ho paura. Una volta sniffavo cocaina da sopra la tavoletta del water». Una frase che, al di là del tono provocatorio, entra a gamba tesa in un ambito – quello dell’igiene e della prevenzione – dove la comunicazione istituzionale è tradizionalmente improntata alla cautela.
Il messaggio implicito sembra essere che l’esposizione ai microbi non debba essere demonizzata. È un concetto che, in termini scientifici, può avere sfumature complesse. Ma affidato a slogan e aneddoti personali rischia di trasformarsi in un incoraggiamento alla sottovalutazione dei rischi.
C’è una coerenza, per quanto discutibile, in questa linea. Se la scienza viene descritta come una forma di dogma, allora il rifiuto delle sue indicazioni può essere presentato come un atto di emancipazione. Se l’esperto è sospetto, la trasgressione diventa prova di indipendenza.
In un Paese che ha attraversato una pandemia tra polemiche su restrizioni, vaccini e presunte “dittature sanitarie”, queste parole non cadono nel vuoto. Riaccendono una frattura mai del tutto rimarginata tra istituzioni scientifiche e una parte dell’opinione pubblica.
La questione, alla fine, è semplice e politica insieme: quale ruolo devono avere competenza e metodo scientifico nelle scelte che riguardano la salute collettiva? In gioco non c’è soltanto una disputa retorica contro le élite, ma la direzione concreta della sanità americana. E quando la fiducia nella scienza viene equiparata al totalitarismo, il confine tra critica legittima e delegittimazione sistematica diventa sempre più sottile.