Le Regioni alzano il livello dello scontro con il Governo sulla riforma del Servizio sanitario nazionale. Il parere approvato dalla Commissione Salute della Conferenza delle Regioni rappresenta una bocciatura netta del disegno di legge delega, contestato sia nel metodo sia nel merito. Un documento che, pur formalmente non vincolante, arriva a chiedere esplicitamente la sospensione dell’iter.
Scontro sul metodo: “Violata la leale collaborazione”
Al centro delle critiche c’è innanzitutto la procedura adottata dall’esecutivo. Secondo le Regioni, il Governo avrebbe aggirato il principio di leale collaborazione, fondamentale in una materia – la sanità – caratterizzata da competenze condivise tra Stato e autonomie territoriali.
Nel parere si sottolinea che l’intesa tra le parti rappresenta lo strumento più adeguato per garantire una reale collaborazione istituzionale, anche alla luce della giurisprudenza costituzionale. Da qui la bocciatura della scelta di procedere in tempi rapidi, limitando il coinvolgimento delle Regioni a un semplice parere nell’ambito della Conferenza Stato-Regioni.
Una modalità giudicata insufficiente rispetto alla portata della riforma, che incide direttamente sulla tutela della salute dei cittadini.
Obiettivi poco chiari e tempi stretti
Oltre al metodo, le Regioni sollevano dubbi anche sul contenuto del provvedimento. Le tempistiche ristrette, denunciano, non hanno consentito un’analisi approfondita, rendendo difficile comprendere appieno le finalità della riforma.
Nel documento si evidenzia come gli obiettivi del disegno di legge non risultino chiaramente definiti. Una criticità che porta le Regioni a chiedere un cambio di passo: riaprire il confronto e costruire la riforma attraverso tavoli di lavoro paritetici tra Stato e territori.
I nodi irrisolti: personale, integrazione e disuguaglianze
Entrando nel merito, le criticità si fanno ancora più marcate. Il disegno di legge, secondo le Regioni, non affronta alcuni dei problemi strutturali più urgenti del Servizio sanitario nazionale.
Tra questi, il tema del personale sanitario. Il rafforzamento del capitale umano viene indicato come prioritario per rendere attrattivo il sistema nel suo complesso, evitando che le risorse professionali si concentrino solo nei grandi poli di eccellenza.
Altro nodo centrale è l’integrazione tra ospedale e territorio. Un obiettivo dichiarato dal Governo, ma che rischia di restare sulla carta. Le Regioni richiamano le evidenze scientifiche secondo cui la presa in carico efficace dei pazienti funziona solo all’interno di reti realmente integrate, sia sul piano sanitario che su quello sociale.
Preoccupa inoltre il rischio di un ulteriore squilibrio tra ospedale e territorio, con possibili ricadute sulle disuguaglianze nell’accesso ai servizi sanitari.
Governance: le Regioni difendono il proprio ruolo
Un altro punto di frizione riguarda la governance del sistema. Le Regioni rivendicano il proprio ruolo nella programmazione sanitaria e chiedono che venga preservato nei decreti attuativi.
Nel mirino c’è il rischio di una centralizzazione delle decisioni, che potrebbe indebolire i sistemi territoriali. Particolare attenzione viene riservata anche alla proposta degli ospedali di terzo livello, che – pur avendo una rilevanza nazionale – secondo le Regioni devono restare sotto la governance regionale.
Il nodo cruciale delle risorse
Tra le criticità più rilevanti emerge la questione finanziaria. Il disegno di legge si basa su una clausola di invarianza che, di fatto, esclude nuovi stanziamenti.
Una scelta che le Regioni giudicano incompatibile con l’ambizione della riforma: senza risorse aggiuntive, l’impianto normativo rischia di rimanere privo degli strumenti operativi necessari. Da qui la richiesta di una copertura economica adeguata e di una valutazione sulla sostenibilità nel medio-lungo periodo.
La richiesta: fermare tutto
Alla luce delle criticità evidenziate, la posizione delle Regioni è chiara: sospendere l’iter del provvedimento e riaprire il confronto.
Una linea ribadita anche a livello politico. “Non siamo stati coinvolti nella redazione del disegno di legge delega”, ha dichiarato Massimo Fabi, assessore alla Sanità della Regione Emilia-Romagna, intervenendo in Assemblea legislativa durante un question time.
Fabi ha sottolineato la necessità di un confronto strutturato e condiviso, criticando un metodo che rischia di escludere le autonomie territoriali dalle scelte strategiche. Secondo l’assessore, il provvedimento appare sbilanciato sulla riorganizzazione ospedaliera, con una tendenza alla gestione centrale che potrebbe svuotare il ruolo costituzionale delle Regioni.
Restano inoltre in secondo piano temi fondamentali come la prevenzione. “Scelte in questa direzione rischiano di accentuare le disuguaglianze”, ha avvertito, richiamando anche la necessità di un adeguato finanziamento del sistema sanitario.
Un confronto destinato a intensificarsi
Il parere della Commissione Salute segna dunque un passaggio politico rilevante. La richiesta di sospensione dell’iter apre un nuovo fronte di tensione tra Governo e Regioni su una riforma destinata a incidere profondamente sull’organizzazione della sanità pubblica italiana.
Il confronto, a questo punto, è tutt’altro che chiuso. Anzi, è appena entrato nella sua fase più delicata.


