Esteri

Trump decide di cancellare all’ultimo la missione in Pakistan: salta il negoziato a Islamabad

Il presidente USA cancella all’ultimo la missione in Pakistan e manda in crisi il fragile dialogo con Teheran. Tra tensioni nello Stretto di Hormuz e prezzi dell’energia alle stelle, la strategia americana appare sempre più caotica e pericolosa.

La diplomazia ridotta a un tweet. Ancora una volta, Donald Trump decide di cambiare le regole del gioco internazionale con un post sui social, cancellando all’improvviso una missione cruciale per il dialogo con l’Iran. Un gesto che non è solo improvvido: è il simbolo di una linea politica incoerente, personalistica e profondamente destabilizzante. Il risultato? Un nuovo stallo nei negoziati, tensioni crescenti nel Golfo Persico e un conto salatissimo che, come sempre, finirà per pagare l’economia mondiale.

La decisione del presidente americano di bloccare il viaggio degli emissari Steve Witkoff e Jared Kushner in Pakistan arriva nel momento peggiore possibile. A Islamabad, infatti, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araqchi aveva appena concluso una serie di incontri con il premier Shehbaz Sharif e altri vertici istituzionali. Un tentativo, fragile ma reale, di riaprire un canale diplomatico dopo settimane di tensioni.

Trump liquida tutto con poche righe sprezzanti: “Troppa confusione nella leadership iraniana, nessuno sa chi comanda”. Una frase che fotografa più la sua visione del mondo che la realtà dei fatti. Perché se è vero che Teheran mantiene una linea dura, è altrettanto evidente che Washington non ha offerto alcuna proposta credibile, limitandosi a richieste massimaliste e a una strategia di pressione economica che ha prodotto l’effetto opposto: irrigidire il fronte iraniano.

Il contesto è esplosivo. Il conflitto, iniziato il 28 febbraio con attacchi aerei statunitensi e israeliani contro l’Iran, è oggi formalmente in una fase di cessate il fuoco. Ma la tregua è fragile, quasi illusoria. All'attacco, Teheran ha risposto colpendo Israele, basi USA e paesi del Golfo, mentre ha stretto la presa sullo Stretto di Hormuz, snodo vitale da cui passa circa il 20% del petrolio mondiale. Una mossa che ha già fatto impennare i prezzi dell’energia e alimentato una nuova ondata inflazionistica a livello globale.

In questo scenario, la diplomazia non è un’opzione: è una necessità. Eppure l’amministrazione Trump sembra muoversi nella direzione opposta. Da un lato la Casa Bianca parla di “progressi”, con la portavoce Karoline Leavitt - in pratica, una specie di Goebbels in gonnella - che prova a mantenere una facciata ottimistica; dall’altro, il presidente smonta tutto con decisioni unilaterali che umiliano gli stessi emissari americani e indeboliscono la credibilità degli Stati Uniti sulla scena internazionale.

Il risultato è un’impasse totale. L’Iran ha già chiarito che non accetterà condizioni imposte unilateralmente e ha escluso nuovi colloqui diretti con Washington. Nel frattempo, il ministro Araqchi vola a Muscat, in Oman, per cercare alternative diplomatiche. Tradotto: gli Stati Uniti vengono progressivamente marginalizzati in un dossier che loro stessi hanno contribuito a incendiare.

La contraddizione è evidente. Trump rivendica una posizione di forza — “abbiamo tutte le carte, loro nessuna” — ma i fatti raccontano l’esatto contrario. Se davvero Washington avesse il controllo della situazione, non assisteremmo a un blocco del commercio energetico globale, né a una crescita dei prezzi che penalizza consumatori e imprese occidentali. La realtà è che la strategia americana sta producendo instabilità, non risultati.

Le conseguenze sono pesanti. I mercati energetici reagiscono con nervosismo, l’inflazione torna a salire, la crescita globale rallenta. L’Europa, già fragile, paga un prezzo altissimo in termini di costi energetici. I paesi del Golfo vivono in uno stato di tensione permanente. E gli stessi Stati Uniti rischiano di trovarsi intrappolati in un conflitto senza uscita.

“Quando la politica estera diventa uno spettacolo personale, la diplomazia smette di esistere e il caos prende il sopravvento.” È questa la vera fotografia della situazione.

Guardando avanti, gli scenari sono tutt’altro che rassicuranti. Senza un cambio di rotta, il rischio è quello di una nuova escalation militare. Israele ha già fatto sapere di essere pronto a riprendere le operazioni, in attesa di un via libera americano. E in assenza di un canale negoziale credibile, ogni incidente potrebbe trasformarsi in un detonatore.

Chi ci guadagna? Pochi, forse nessuno. Chi ci perde è evidente: cittadini, imprese, economie già provate. E soprattutto la credibilità delle istituzioni internazionali, sempre più schiacciate da decisioni unilaterali e impulsive.

Alla fine resta una domanda, tanto semplice quanto inquietante: è questa la leadership globale che il mondo può permettersi? Se la risposta è sì, allora il prezzo da pagare — economico, politico e umano — rischia di essere ancora più alto di quello che stiamo già vedendo.

Autore Antonio Gui
Categoria Esteri
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