Mentre in Europa c'è chi interpreta lo scontro tra la Casa Bianca e il Vaticano come il segnale di un declino imminente, i fatti sul campo negli Stati Uniti raccontano una storia opposta. Trump non sta cadendo: sta "potando" il partito per renderlo totalmente MAGA in vista del 2028.
In Italia, il recente incontro tra il Segretario di Stato Marco Rubio e il Santo Padre è stato letto da molti analisti come una sorta di "investitura ombra". Secondo questa tesi, Rubio sarebbe il delfino pronto a raccogliere le macerie di un trumpismo al tramonto, benedetto da Roma per ricompattare una destra moderata e cattolica.
Ma questa lettura ignora la dinamica brutale e iper-pragmatica che sta muovendo Washington in questi mesi.
Gli attacchi feroci contro senatori come Todd Young o il siluramento dei parlamentari dell'Indiana nelle primarie di pochi giorni fa non sono i colpi di coda di un leader isolato. Al contrario, sono la dimostrazione che Trump detiene ancora le chiavi della base elettorale repubblicana.
Il messaggio inviato al Congresso è chiaro: la lealtà personale conta più dell'anzianità di servizio. Colpendo figure storiche e costringendo al ritiro senatori come Tom Tillis, Trump non sta dividendo la destra per debolezza, ma la sta ricostruendo a propria immagine. Per il movimento MAGA, chiunque si opponga all'agenda presidenziale – che si tratti di mappe elettorali o di poteri di guerra – non è un "moderato da recuperare", ma un "traditore" da eliminare.
Anche l’idea che Marco Rubio stia preparando la propria ascesa "contro" Trump appare, allo stato attuale, prematura. Rubio è un politico scaltro che ha imparato a sopravvivere all'ombra del Presidente. Sebbene il Vaticano lo veda come un interlocutore più istituzionale e "tradizionale", Rubio sa bene che senza il placet della base MAGA, nessuna candidatura per il 2028 avrebbe speranza di successo.
La sua visita a Roma è più probabilmente un esercizio di soft power diplomatico per gestire le tensioni internazionali, piuttosto che una congiura di palazzo. In questo momento, sfidare Trump significherebbe suicidio politico, non ascesa.
Dunque, le elezioni di metà mandato del 2026 non saranno il funerale politico di Trump, ma il termometro della sua influenza nel Partito Repubblicano.
Se i candidati "fedelissimi" da lui scelti vinceranno i seggi lasciati liberi dai repubblicani epurati, Trump avrà ottenuto ciò che nessun leader prima di lui ha osato fare: trasformare il GOP in un monolite ideologico.
Quanto ai dati e ai sondaggi, la "demolizione" della figura di Trump di cui si parla in certi circoli europei è un pio desiderio che non trova riscontro nei numeri delle primarie. Trump sta usando il conflitto per identificare gli ultimi centri di resistenza interna e neutralizzarli. Il viale che sta percorrendo non sembra affatto quello del tramonto, ma una corsia preferenziale verso un controllo totale del partito, con o senza la benedizione di oltreoceano.
E la visita di Rubio dal Papa?
Il Vaticano è strategico per Trump ed evidentemente riottoso, viste le contumelie che lancia Donald the Hulk da Washington. A livello interno, per la protesta contro le nuove leggi sull'immigrazione e a livello estero nelle trattative per Gerusalemme come con l'Iran degli Ayatollah.
Ma questa è un'altra storia.

