Il Board of Peace nato per ricostruire la Striscia di Gaza è bloccato tra vuoto finanziario, paralisi diplomatica e progetti congelati. Emirati e Marocco finanziano uffici e stipendi, ma Gaza resta tra le macerie.
Donald Trump aveva promesso un gigantesco piano di ricostruzione per Gaza. Un fondo da 17 miliardi di dollari, una nuova governance “tecnocratica”, una forza di sicurezza addestrata dagli alleati arabi e, implicitamente, l’idea di poter trasformare una delle aree più devastate del pianeta in un laboratorio geopolitico sotto una regia internazionale. Peccato che, a quattro mesi dalla nascita del cosiddetto “Board of Peace”, il risultato concreto sia desolatamente semplice: la cassa è vuota. Letteralmente vuota.
Secondo quanto riferito dal quotidiano britannico Financial Times in una sua esclusiva, nel fondo istituito presso la World Bank non sarebbe stato versato “nemmeno un dollaro”. Un dettaglio non irrilevante, soprattutto quando si annunciano miliardi davanti alle telecamere e poi, al momento di aprire il portafoglio, si scopre che dentro ci sono più dichiarazioni d’intenti che banconote.
La scena ricorda sempre più una gigantesca presentazione PowerPoint di geopolitica: loghi impeccabili, slogan sulla pace, tavoli diplomatici, dichiarazioni solenni e poi, appena qualcuno chiede “chi paga?”, cala un silenzio quasi mistico.
Il Board of Peace era stato presentato come uno degli strumenti chiave della nuova strategia americana per il Medio Oriente targata Trump. Un organismo che avrebbe dovuto coordinare la ricostruzione della Striscia di Gaza dopo mesi di devastazione, rilanciare le infrastrutture, rimettere in piedi servizi essenziali e soprattutto costruire una nuova amministrazione palestinese “post-Hamas”. Una sorta di reboot politico e amministrativo dell’enclave palestinese, confezionato secondo i desideri di Washington e dei suoi partner regionali.
Ma la realtà, come spesso accade in Medio Oriente, si sta incaricando di demolire rapidamente le narrazioni troppo ottimistiche.
Il problema non è solo economico. Certo, il fatto che il fondo non abbia ricevuto alcun contributo reale è già di per sé imbarazzante. Ma il nodo vero è che il Board si trova sospeso in un limbo legale e politico che rende praticamente impossibile avviare i progetti annunciati. Nessuno sembra voler essere il primo a versare denaro in un meccanismo ancora privo di certezze operative, di garanzie politiche e soprattutto di una situazione stabile sul terreno.
Persino i contributi effettivamente annunciati sembrano essersi dissolti nella sabbia diplomatica. Il Marocco avrebbe messo a disposizione circa 20 milioni di dollari, ma quei fondi sarebbero serviti quasi esclusivamente a finanziare l’ufficio di Nickolay Mladenov, nominato “alto rappresentante” del Board, oltre agli stipendi del comitato tecnocratico palestinese incaricato teoricamente di governare Gaza. Un comitato che, dettaglio non secondario, non è ancora nemmeno riuscito a entrare nella Striscia.
Di fatto esiste sulla carta, nei comunicati e forse nelle riunioni su Zoom, ma non sul territorio che dovrebbe amministrare.
Anche gli Emiratini avevano annunciato un intervento significativo: 100 milioni di dollari per addestrare una nuova forza di polizia destinata a Gaza. Una cifra importante, almeno fino al momento in cui si scopre che il programma non è partito e che i fondi risultano congelati. Ancora una volta, l’impressione è quella di una gigantesca macchina diplomatica bloccata tra annunci spettacolari e paralisi operativa.
Il paradosso è evidente. Gaza avrebbe disperatamente bisogno di investimenti immediati: ospedali, reti elettriche, acqua, scuole, abitazioni, sicurezza civile. Eppure la comunità internazionale continua a muoversi come un gruppo di investitori terrorizzati davanti a una startup senza business plan. Tutti parlano della necessità di “stabilizzare” l’area, ma nessuno sembra disposto a esporsi davvero finché non sarà chiaro chi controllerà il territorio, chi garantirà la sicurezza e soprattutto chi si assumerà il rischio politico del fallimento.
Trump, nel frattempo, continua a presentare il progetto come parte della sua strategia di leadership globale. Ma anche qui emerge una contraddizione piuttosto clamorosa: il presidente americano ha costruito gran parte della propria narrativa politica sull’idea che gli Stati Uniti non dovessero più farsi carico economicamente dei problemi del mondo. Ora però Washington promuove un enorme piano di ricostruzione internazionale senza aver ancora convinto gli alleati a finanziarlo concretamente.
È un po’ come inaugurare un gigantesco centro commerciale nel deserto per poi accorgersi di aver dimenticato i negozi, i clienti e persino i soldi per costruirlo.
Nel frattempo, sul terreno, la situazione umanitaria continua a peggiorare. E mentre diplomatici, tecnocrati e inviati speciali discutono della governance del futuro, Gaza resta intrappolata nel presente: macerie, sfollati, infrastrutture distrutte e una popolazione civile che assiste all’ennesimo esperimento geopolitico internazionale rimasto impantanato tra promesse, rivalità regionali e burocrazia globale.
Il rischio, sempre più concreto, è che il Board of Peace finisca per diventare l’ennesimo simbolo dell’impotenza diplomatica internazionale: un organismo creato con grandi proclami, sostenuto da conferenze e dichiarazioni solenni, ma incapace di trasformare le parole in risultati concreti.
E forse la fotografia più brutale dell’intera vicenda è proprio quella raccontata dalle fonti citate dal Financial Times: un fondo da 17 miliardi di dollari nel quale, dopo quattro mesi, non è entrato nemmeno un dollaro. Una metafora perfetta di certa geopolitica contemporanea: tantissima scenografia, pochissima sostanza.


