Donald Trump ci riprova. Quando l'economia rallenta, il costo della vita continua a pesare sulle famiglie americane e la guerra con l'Iran rischia di trasformarsi in un boomerang politico per i Repubblicani in vista delle elezioni di metà mandato, il presidente torna a uno dei suoi cavalli di battaglia più redditizi sul piano elettorale: mettere in discussione l'affidabilità del sistema elettorale statunitense e rilanciare la narrativa della "grande frode" del 2020.

Anche questa volta il bersaglio principale è ancora una volta la Cina. Durante un discorso televisivo in prima serata dalla Casa Bianca, Trump ha sostenuto che Pechino avrebbe interferito nelle elezioni presidenziali del 2020, annunciando la declassificazione di documenti che, a suo dire, rivelerebbero "scioccanti vulnerabilità" del sistema elettorale americano.

Il problema è che gli stessi documenti citati dal presidente sembrano raccontare una storia molto diversa.


Le accuse di Trump e i documenti che non le confermano

Nel suo intervento Trump ha dichiarato che la Cina avrebbe ottenuto illegalmente i dati di circa 220 milioni di elettori americani e ha accusato parti della comunità dell'intelligence di avere deliberatamente nascosto la portata dell'operazione.

Si tratta di accuse estremamente pesanti. Tuttavia, secondo quanto emerge dall'analisi dei documenti resi pubblici e riportata dalla stampa internazionale, nessuno di essi dimostrerebbe che la Cina abbia alterato voti, manipolato schede elettorali o compromesso i risultati delle presidenziali del 2020.

Anzi, uno dei documenti afferma esplicitamente che i sistemi di conteggio dei voti sarebbero "difficili da manipolare su una scala sufficientemente ampia da compromettere il risultato elettorale".

Un altro documento riguarda addirittura le elezioni venezuelane e non il sistema elettorale statunitense.

Un terzo rapporto della CIA descrive attività di intelligence cinesi rivolte alla campagna di Joe Biden, precisando però che Pechino "non intendeva interferire clandestinamente per modificare l'esito delle elezioni".

È difficile sostenere che simili documenti costituiscano quella "prova definitiva" evocata dalla Casa Bianca.


L'intelligence americana aveva già risposto nel 2021

L'aspetto probabilmente più significativo della vicenda è un altro. Nel 2021 la comunità d'intelligence americana aveva già pubblicato una valutazione ufficiale, non classificata, nella quale concludeva di non avere trovato alcuna indicazione che un attore straniero avesse tentato o fosse riuscito a modificare "qualsiasi aspetto tecnico" delle elezioni presidenziali del 2020, comprese registrazioni degli elettori, schede, conteggi o risultati finali.

Quel rapporto non fu elaborato sotto un'amministrazione democratica ostile a Trump. Fu realizzato quando Direttore dell'Intelligence Nazionale era John Ratcliffe, oggi direttore della CIA e uno dei più fedeli collaboratori dello stesso Trump.

Lo stesso rapporto riconosceva che la Cina raccoglieva informazioni sugli elettori americani almeno dal 2008, ma attribuiva tale attività a finalità di intelligence e previsione politica, non a operazioni di manipolazione del voto.

Secondo persone informate sui fatti citate dalla stampa americana, inoltre, quei dati elettorali non erano materiale riservato: si tratta infatti di informazioni normalmente acquistate e utilizzate da consulenti politici e società specializzate durante le campagne elettorali.

La replica ufficiale di Pechino

La risposta del governo cinese è arrivata rapidamente. Il portavoce del Ministero degli Esteri, Lin Jian, ha definito le accuse "totalmente inventate" e una "maliziosa campagna diffamatoria".

Secondo il governo di Pechino:

"La Cina ha sempre aderito al principio di non interferenza negli affari interni degli altri Paesi e non ha alcun interesse, né ha mai interferito, nelle elezioni degli Stati Uniti."

Lin Jian ha aggiunto che le accuse di Trump "sono da tempo state dimostrate essere pura assurdità" e ha invitato Washington a "smettere di utilizzare la Cina come tema elettorale", sostenendo che siano piuttosto gli Stati Uniti ad avere una lunga storia di interferenze negli affari interni di altri Paesi.

Si tratta della posizione ufficiale del governo cinese, coerente con le precedenti smentite formulate negli ultimi anni ogni volta che Washington ha attribuito a Pechino attività di influenza politica.

Una strategia politica trasparente

Il contesto nel quale arriva questo discorso rende difficile ignorarne la dimensione politica. Trump e il Partito Repubblicano affrontano una campagna elettorale complicata. Le conseguenze economiche della guerra con l'Iran stanno incidendo sui prezzi dell'energia e sul costo della vita, fattori che tradizionalmente influenzano il consenso degli elettori molto più delle dispute sulle elezioni del 2020.

I sondaggi mostrano un presidente alle prese con un calo di popolarità, mentre cresce il rischio che i Repubblicani possano perdere una o entrambe le Camere del Congresso.

Non a caso, secondo diverse ricostruzioni della stampa americana, anche esponenti repubblicani avrebbero invitato Trump a concentrare la comunicazione sui problemi economici anziché continuare a parlare del voto del 2020.

Il presidente, invece, ha scelto nuovamente la strada che conosce meglio: riportare il dibattito sul terreno identitario della presunta "integrità elettorale".

Il SAVE America Act

Il discorso è servito anche a rilanciare il cosiddetto SAVE America Act, proposta di legge che introdurrebbe nuovi requisiti per dimostrare cittadinanza e identità degli elettori. Trump sostiene che tali misure siano indispensabili per garantire la sicurezza delle elezioni.

I dati disponibili raccontano però una realtà molto diversa. Numerosi studi e verifiche hanno concluso che le frodi elettorali negli Stati Uniti rappresentano un fenomeno estremamente raro. Anche il voto da parte di cittadini non americani risulta statisticamente eccezionale.

Nel suo intervento Trump ha affermato che sarebbero stati individuati oltre 275.000 cittadini non americani registrati nelle liste elettorali di quattro Stati.

Non ha però presentato prove che queste persone abbiano effettivamente votato.

Esperienze precedenti mostrano inoltre che alcuni sistemi automatici di verifica hanno erroneamente classificato cittadini naturalizzati come non cittadini, producendo falsi positivi.


Una narrativa che continua a funzionare

Se sul piano fattuale le accuse continuano a non trovare conferme, sul piano politico il messaggio mantiene una notevole efficacia. Un sondaggio Reuters/Ipsos pubblicato ad aprile indica che il 63% degli elettori repubblicani ritiene ancora che le elezioni del 2020 siano state "rubate".

È un dato che spiega molto della strategia comunicativa di Trump.

Quando una parte consistente della propria base elettorale continua a credere a una narrazione già smentita da tribunali, riconteggi ufficiali, autorità elettorali e dalla stessa intelligence americana, rilanciarla diventa un investimento politico relativamente poco costoso.

Il rischio di usare la politica estera come strumento elettorale

C'è però un ulteriore elemento. Trump punta ancora a incontrare il presidente cinese Xi Jinping nei prossimi mesi per discutere del rilancio delle relazioni commerciali dopo la guerra dei dazi. L'escalation verbale contro Pechino rischia inevitabilmente di complicare quel percorso diplomatico.

Ancora una volta emerge una contraddizione ormai ricorrente nella politica estera trumpiana: da un lato la ricerca di accordi economici con la Cina, dall'altro la necessità politica interna di trasformarla periodicamente nel principale nemico degli Stati Uniti.


Una distrazione dalle vere difficoltà?

Il ritorno alle accuse sulle elezioni del 2020 ha esclusivamente una funzione politica: spostare il dibattito da temi ben più concreti e potenzialmente dannosi per l'amministrazione, come gli effetti economici della guerra con l'Iran, l'aumento dei prezzi dell'energia e il costo della vita.

Colpisce soprattutto un dato: dopo anni di indagini, decine di ricorsi giudiziari, riconteggi, verifiche indipendenti e valutazioni della stessa intelligence americana, la tesi dell'alterazione del voto del 2020 continua a essere riproposta senza che emergano prove nuove capaci di modificarne le conclusioni.

Più che una rivelazione destinata a riscrivere la storia delle elezioni americane, il discorso della Casa Bianca appare quindi come l'ennesimo tentativo di alimentare una narrazione che parla soprattutto all'elettorato più fedele del movimento MAGA, a questo punto... praticamente degli IDIOTI!!!

Una strategia che può risultare efficace nel consolidare il consenso della base, ma che difficilmente affronta le questioni che oggi preoccupano la maggioranza degli americani: inflazione, prezzi dell'energia, costo della vita e conseguenze di una guerra che continua a presentare un conto sempre più pesante sul piano economico e politico.