Il governo di Giorgia Meloni torna a intervenire sulla giustizia minorile scegliendo ancora una volta la strada dell'inasprimento repressivo. Il disegno di legge approvato dal Consiglio dei ministri introduce infatti una modifica destinata a incidere profondamente su uno dei principi cardine del diritto penale minorile italiano: per i ragazzi tra i 14 e i 18 anni verrebbe introdotta una presunzione di capacità di intendere e di volere analoga a quella prevista per gli adulti, invertendo di fatto l'attuale sistema che impone al pubblico ministero e al giudice di accertare concretamente il grado di maturità psicologica del minore.

Una scelta che ha provocato la dura reazione della Giunta dell'Unione delle Camere Penali, secondo cui si tratta di una riforma prevalentemente simbolica, priva di una reale giustificazione statistica e destinata a compromettere i principi costituzionali che hanno ispirato per decenni il sistema della giustizia minorile italiana.


Dalla scuola all'aula di tribunale!

Sul piano politico, la riforma viene letta da molti osservatori come l'ennesimo tassello di una strategia che privilegia la repressione rispetto alla prevenzione. Da tempo il governo si oppone all'introduzione dell'educazione affettiva e sessuale nelle scuole, sostenendo un modello educativo fortemente incentrato sull'autorità familiare e sulla responsabilità individuale. Parallelamente, però, nei confronti degli adolescenti che commettono reati, l'esecutivo propone un progressivo irrigidimento delle risposte penali.

È proprio questa contraddizione a essere al centro delle critiche più severe. L'idea che emerge, secondo gli oppositori della riforma, è quella di uno Stato che rinuncia agli strumenti educativi durante la crescita degli adolescenti salvo poi intervenire con strumenti sempre più punitivi quando il disagio esplode.

Secondo questa impostazione critica, il messaggio che passa è semplice quanto inquietante: meno investimento nella prevenzione educativa, più investimento nella repressione.

Un principio giuridico costruito in quasi un secolo

L'attuale disciplina non nasce per caso. L'articolo 98 del Codice penale, già nel testo del 1930, riconosce che tra i 14 e i 18 anni non può essere data per scontata la piena maturità psicologica dell'autore del reato. Per questo motivo impone un accertamento concreto della capacità di intendere e di volere.

Quel principio è stato ulteriormente rafforzato con il processo penale minorile del 1988, costruito intorno all'idea che l'adolescenza rappresenti una fase della vita nella quale personalità, autocontrollo e capacità di valutazione sono ancora in formazione.

Il nuovo disegno di legge modifica radicalmente questo equilibrio. La presunzione di imputabilità diventerebbe la regola, mentre la verifica della maturità psicologica cesserebbe di essere un passaggio obbligatorio, trasformandosi in una semplice facoltà.

Per la Giunta delle Camere Penali si tratta di una trasformazione che incide sul fondamento stesso della giustizia minorile italiana.


La critica: «Una riforma simbolica»

Uno degli aspetti più contestati riguarda proprio l'assenza di una reale emergenza che giustifichi l'intervento. Secondo i dati del Dipartimento per la Giustizia minorile richiamati dalla stessa Giunta, le dichiarazioni di non imputabilità per immaturità psicologica rappresentano oggi un fenomeno estremamente limitato: negli ultimi anni si contano soltanto poche decine di casi sull'intero territorio nazionale.

Ciò significa che il sistema vigente già oggi riconosce come imputabili quasi tutti i minori autori di reato.

Da qui l'accusa rivolta al governo: la modifica non servirebbe a risolvere un problema concreto, ma avrebbe soprattutto una funzione simbolica e comunicativa, alimentando l'idea che la giustizia minorile sia eccessivamente indulgente quando i dati dimostrano l'esatto contrario.


Il rischio di cancellare la specificità dell'adolescenza

Le contestazioni non arrivano soltanto dal mondo giuridico. Psichiatri, psicologi dell'età evolutiva e pedagogisti ricordano da anni come lo sviluppo neurologico e psicologico dell'adolescente sia profondamente diverso da quello dell'adulto.

Tra le voci più note figura quella dello psichiatra Luigi Cancrini, che interpreta questo intervento legislativo come il tentativo di cancellare decenni di cultura giuridica, psicologica e scientifica fondata sul principio che l'imputabilità debba essere sempre collegata alla concreta maturità del minore.

Secondo questa lettura, la riforma sostituisce il sapere accumulato dalle scienze umane con una visione esclusivamente punitiva del problema. Una visione che, secondo i critici, finisce per ignorare completamente le cause profonde della devianza minorile.

La lezione della psicologia

Le riflessioni degli studiosi dell'età evolutiva vengono richiamate come elemento centrale del dibattito. Donald Winnicott, uno dei maggiori psicoanalisti del Novecento, spiegava già nel 1956, nel saggio La tendenza antisociale, che dietro molti comportamenti devianti esiste una storia di privazioni affettive e relazionali.

La sua affermazione è diventata uno dei riferimenti classici della psicologia dell'età evolutiva:

«Quando esiste una tendenza antisociale significa che vi è stata una vera privazione: vi è stata cioè la perdita di qualcosa che è stato positivo nell'esperienza del bambino fino ad una certa epoca e che è stato poi ritirato.»
Una riflessione che richiama un principio semplice: il comportamento antisociale non nasce nel vuoto, ma spesso rappresenta l'esito di percorsi familiari, educativi e sociali complessi.

Per questo numerosi specialisti sostengono che il minore autore di reato abbia certamente bisogno di assumersi la responsabilità delle proprie azioni, ma attraverso strumenti che mantengano una finalità educativa e di recupero, anche ricorrendo, nei casi più gravi, a comunità terapeutiche e percorsi di limitazione della libertà pensati specificamente per l'età evolutiva.


Il carcere come risposta

È proprio sul ruolo del carcere che si concentra una delle contestazioni politiche più dure. Secondo gli oppositori della riforma, trattare ragazzi di quattordici o quindici anni sempre più come adulti significa esporli precocemente a circuiti penali che rischiano di rafforzare anziché ridurre la devianza.

L'idea di trasformare il carcere nella risposta privilegiata è ovviamente miope perché, anziché interrompere il percorso criminale, potrebbe consolidarlo. La funzione rieducativa della pena, prevista dall'articolo 27 della Costituzione, assume infatti un significato ancora più rilevante quando riguarda soggetti la cui personalità è ancora in formazione.

La "stretta anti-maranza"

La riforma non viene considerata un episodio isolato. Secondo la Giunta delle Camere Penali essa rappresenta un ulteriore tassello di una strategia già avviata con il decreto Caivano e proseguita con altre misure restrittive rivolte ai minorenni, compresa la prospettata estensione del fermo di prevenzione.

Nel documento si parla apertamente di una regressione culturale. L'esecutivo, nel tentativo di trasmettere un'immagine di fermezza, finirebbe per confondere la sicurezza con la propaganda e il governo dei fenomeni sociali con la ricerca del consenso immediato.

Il timore di un precedente

La preoccupazione maggiore, secondo i penalisti, riguarda però il futuro. Una volta accettato il principio secondo cui, per ragioni di sicurezza o di allarme sociale, è possibile ridurre le garanzie del diritto penale minorile, diventa più semplice mettere in discussione anche gli altri pilastri del sistema.

Per questo la riforma viene interpretata come un possibile primo passo verso un progressivo abbassamento dell'età dell'imputabilità, ipotesi che negli ultimi anni è stata più volte evocata nel dibattito politico.

Le riforme simboliche, osservano i giuristi, producono infatti i loro effetti più profondi non tanto nell'immediato quanto nella trasformazione della cultura giuridica che prepara interventi successivi sempre più incisivi.

Sicurezza o investimento sui giovani?

Sul piano politico resta una domanda destinata a dividere profondamente il dibattito pubblico. Uno Stato protegge davvero la sicurezza collettiva trattando gli adolescenti sempre più come adulti oppure investendo maggiormente in scuola, servizi sociali, salute mentale, sostegno alle famiglie e percorsi educativi?

Il governo Meloni ha scelto con decisione la prima strada, sacrificando progressivamente la cultura della prevenzione in favore di una narrazione fondata sull'inasprimento delle pene.

La Giunta delle Camere Penali conclude ricordando che la vera prova di maturità di uno Stato democratico non consiste nel trasformare i minori in adulti davanti alla legge, ma nel riconoscere che adolescenti e adulti non sono la stessa cosa e che proprio questa differenza impone strumenti giuridici, educativi e sociali capaci di coniugare responsabilità, tutela e possibilità di recupero.

È una critica che si colloca nel dibattito pubblico e giuridico sulla riforma. I sostenitori del disegno di legge, al contrario, ritengono che le modifiche siano necessarie per rafforzare la sicurezza e rendere più efficace la risposta dello Stato ai reati commessi dai minori. Il confronto parlamentare sarà il luogo in cui queste opposte visioni verranno discusse.