Il Partito Laburista britannico si trova davanti a uno dei momenti più delicati dalla storica vittoria elettorale del 2024. A meno di due anni da quel trionfo che avrebbe dovuto inaugurare una nuova stagione politica dopo il lungo ciclo conservatore, il premier britannico Keir Starmer è oggi al centro di una contestazione interna sempre più aperta, mentre la clamorosa affermazione elettorale di Andy Burnham rischia di trasformarsi nel detonatore di una battaglia per la leadership destinata a scuotere l'intero sistema politico britannico.
Starmer ha ribadito con fermezza di non avere alcuna intenzione di dimettersi. Di fronte alle crescenti pressioni provenienti da una parte significativa dei parlamentari laburisti, il premier ha dichiarato che combatterà qualsiasi sfida alla leadership e che non abbandonerà il proprio incarico. Una posizione che, tuttavia, rischia di aggravare ulteriormente le divisioni interne anziché sanarle.
La sua difesa si fonda sui risultati che sostiene di aver ottenuto nei primi due anni di governo: il riavvicinamento all'Europa dopo gli anni della Brexit, una certa stabilizzazione dell'economia e una riduzione delle liste d'attesa del sistema sanitario nazionale. Ma questi argomenti sembrano non bastare più a una parte crescente del Labour, convinta che il governo abbia perso il contatto con l'elettorato e stia progressivamente consumando il capitale politico accumulato nel 2024.
Il problema Starmer: promesse, retromarce e consenso evaporato
La contestazione nei confronti del primo ministro non nasce dal nulla. Da mesi il governo è accusato di indecisione, continui cambi di rotta e incapacità di affrontare in maniera convincente alcune delle questioni che più preoccupano gli elettori britannici: il costo della vita, la stagnazione economica, la crisi dei servizi pubblici e la gestione dell'immigrazione.
Le difficoltà si sono riflesse nei sondaggi, che attribuiscono a Starmer livelli di popolarità tra i peggiori registrati da un leader britannico negli ultimi anni. Un dato particolarmente significativo se si considera che il Labour dispone ancora di una larga maggioranza parlamentare conquistata appena due anni fa.
A peggiorare il quadro sono arrivati gli insuccessi nelle recenti elezioni locali, che hanno evidenziato una crescente disaffezione dell'elettorato tradizionalmente vicino ai laburisti. Da allora circa un quarto dei parlamentari del partito avrebbe chiesto al premier di valutare l'ipotesi di lasciare il posto, mentre alcuni ministri di peso hanno già rassegnato le dimissioni.
Il timore che serpeggia tra molti deputati è semplice: con Starmer alla guida, il Labour potrebbe arrivare alle elezioni del 2029 in condizioni tali da consegnare il paese a una nuova fase di instabilità politica o addirittura favorire l'ascesa della destra populista guidata da Nigel Farage.
Burnham diventa il simbolo del cambiamento
In questo contesto esplosivo si inserisce la vittoria di Burnham nel collegio vacante di Makerfield. Il sindaco di Greater Manchester ha ottenuto quasi il 55% dei voti, superando nettamente il candidato di Reform UK, fermo a poco oltre il 30%, e trasformando così l'elezione suppletiva in una dimostrazione di forza politica nazionale.
Il significato del risultato va ben oltre il semplice seggio conquistato.
Grazie a questa vittoria Burnham torna infatti a Westminster dopo anni trascorsi alla guida della Greater Manchester e acquisisce la possibilità concreta di sfidare Starmer per la leadership del Labour.
Ancora più importante è il messaggio politico emerso dalle urne. Burnham ha presentato il voto come un vero e proprio ultimatum al partito: l'ultima occasione per cambiare rotta prima che sia troppo tardi.
Nel suo discorso ha parlato della necessità di rendere nuovamente accessibile il costo della vita, ridurre le bollette energetiche, abbassare le tariffe ferroviarie, rilanciare l'industria britannica e costruire un sistema economico che funzioni per tutti e non soltanto per una parte della popolazione.
Secondo Burnham, il Labour deve tornare a rappresentare concretamente le esigenze delle classi lavoratrici e delle comunità periferiche che negli ultimi anni hanno progressivamente perso fiducia nella politica tradizionale.
Il "Manchesterismo": la ricetta alternativa per il Regno Unito
Dietro la candidatura di Andy Burnham non c'è soltanto una questione di leadership personale. C'è anche un progetto politico che lui stesso definisce "Manchesterism".
L'idea nasce dall'esperienza maturata a Greater Manchester, una delle aree urbane che negli ultimi anni ha registrato una significativa crescita economica. Il principio fondamentale consiste nel trasferire poteri e risorse da Londra ai territori, rompendo quello che Burnham considera un eccessivo centralismo che ha contribuito ad ampliare le disuguaglianze regionali nel Regno Unito.
La sua proposta punta a dare maggiore controllo locale su trasporti, edilizia, servizi pubblici, formazione e sviluppo economico.
Burnham sostiene inoltre che quarant'anni di privatizzazioni e deregolamentazione abbiano prodotto inefficienze, aumento dei costi e perdita di controllo pubblico su settori strategici. Pur evitando di promettere una completa rinazionalizzazione dell'economia, propone un ruolo molto più incisivo dello Stato nei servizi essenziali.
Sul piano economico resta però aperta una questione fondamentale: come finanziare concretamente questo programma senza violare le regole fiscali e senza aumentare le principali imposte sui lavoratori, promessa che Burnham continua a mantenere. È proprio su questo punto che molti economisti e investitori manifestano le maggiori perplessità.
Il rischio di una nuova stagione di instabilità
Se Burnham decidesse di lanciare formalmente la sfida e riuscisse a ottenere il sostegno del 20% dei parlamentari laburisti necessario ad avviare il procedimento, il Regno Unito potrebbe trovarsi di fronte a un nuovo cambio di leadership.
Sarebbe il settimo primo ministro britannico in poco più di dieci anni, un turnover senza precedenti nella storia moderna del paese e il segnale più evidente della crescente difficoltà della politica britannica nel fornire stabilità, crescita economica e miglioramento dei servizi pubblici.
Il paradosso è che proprio il Labour aveva conquistato il potere promettendo di chiudere l'era del caos politico successiva alla Brexit. Oggi, invece, rischia di precipitare esso stesso in una guerra interna che potrebbe paralizzare il governo per mesi.
Starmer insiste nel voler restare fino alla fine del mandato. Burnham, dal canto suo, appare sempre più convinto che il partito abbia bisogno di una svolta immediata. Tra i due si profila uno scontro che non riguarda soltanto la guida del Labour, ma due idee diverse di come governare il Regno Unito.
E mentre i laburisti discutono del proprio futuro, sullo sfondo cresce l'ombra di Farage e di Reform UK. Un elemento che rende questa crisi ancora più delicata: molti deputati temono infatti che una leadership percepita come debole o incapace di cambiare rotta possa spianare la strada a una nuova ondata populista alle elezioni del 2029.
In altre parole, la battaglia che si sta aprendo nel Labour potrebbe non decidere soltanto il destino di Starmer, ma quello dell'intera politica britannica nel prossimo decennio.


