Ci sono storie che non dovrebbero esistere in nessuna democrazia. Storie che, se raccontate in qualsiasi altra parte del mondo, provocherebbero indignazione internazionale, richieste di inchieste indipendenti e prese di posizione ufficiali da parte di governi e organizzazioni per i diritti umani. La vicenda del giornalista palestinese Ali Al-Samoudi è una di queste.

Per quarant'anni Al-Samoudi ha documentato la vita quotidiana sotto occupazione nella Cisgiordania settentrionale. Reporter veterano di Jenin, collaboratore del quotidiano Al-Quds e operatore per Al Jazeera e altre testate internazionali, il suo nome è diventato noto in tutto il mondo soprattutto perché era accanto alla giornalista Shireen Abu Akleh quando quest'ultima venne assassinata dal fuoco israeliano durante un raid nel campo profughi di Jenin, nel maggio 2022. Quel giorno anche Al-Samoudi venne colpito da un proiettile alla schiena che gli attraversò la spalla.

Tre anni dopo, il 29 aprile 2025, i soldati israeliani sono tornati a cercarlo. Questa volta non per sparargli, ma per arrestarlo.


"Tornerai a casa tra poche ore"

Le forze israeliane fecero irruzione nella sua abitazione all'alba. Le figlie e le nuore iniziarono a piangere mentre un ufficiale cercava di tranquillizzarle: sarebbe stata soltanto una breve trasferta, tre o quattro ore al massimo.

Quelle poche ore sono diventate un anno.

Al-Samoudi venne immediatamente trasferito nel campo profughi di Jenin, ammanettato e bendato. Racconta di essere rimasto per circa ottanta ore senza acqua né cibo, esposto al freddo notturno e sottoposto a percosse continue ogni volta che i soldati passavano davanti al luogo dove era detenuto. Affetto da diabete e ipertensione, afferma di aver chiesto ripetutamente le proprie medicine senza ricevere alcuna assistenza.

La parte più inquietante della vicenda riguarda però il motivo stesso della detenzione.

Non gli sono stati contestati reati specifici. Durante gli interrogatori, racconta, gli sono state comunicate soltanto alcune presunte "attività sospette", legate in larga misura al suo lavoro giornalistico e alla documentazione di eventi sul terreno. In altre parole, il semplice fatto di raccontare ciò che avveniva a Jenin sarebbe stato considerato dagli investigatori israeliani come una forma di sostegno a organizzazioni ritenute ostili.

La detenzione amministrativa: carcere senza accuse

Il caso di Al-Samoudi si inserisce in una pratica che da anni suscita forti critiche da parte delle organizzazioni per i diritti umani: la detenzione amministrativa.

Si tratta di una misura che consente alle autorità israeliane di incarcerare una persona senza formulare accuse formali e senza celebrare un processo, sulla base di prove segrete che né il detenuto né il suo avvocato possono esaminare e contestare.

Secondo i dati riportati dalle organizzazioni palestinesi per i diritti dei detenuti, all'inizio di aprile 2026 oltre 3.500 palestinesi si trovano in questa condizione. Tra essi figurano numerosi giornalisti.

La questione va ben oltre il conflitto israelo-palestinese e tocca principi fondamentali dello stato di diritto. In qualsiasi ordinamento democratico, il diritto a conoscere le accuse, a difendersi e a essere giudicati entro tempi ragionevoli rappresenta un pilastro essenziale della giustizia. La detenzione amministrativa sospende di fatto questi principi.

"Cimiteri per persone vive"

Ancora più sconvolgente è il quadro che emerge dalle testimonianze sulle condizioni carcerarie.

Al-Samoudi descrive le prigioni israeliane come "cimiteri per persone vive". Racconta di celle sovraffollate, privazione quasi totale di beni essenziali, assenza di libri, radio, televisione, carta e penna. Persino oggetti basilari come pettini, specchi e prodotti per l'igiene sono quasi del tutto assenti.

L'alimentazione descritta appare particolarmente drammatica. Quantità minime di cibo, porzioni ridotte all'osso, insufficienza nutrizionale protratta per mesi. Il risultato, secondo il giornalista, sarebbe stato devastante: da 120 chilogrammi a 60 in un solo anno di detenzione. Una perdita di peso che da sola racconta la durezza dell'esperienza vissuta.

Le condizioni sanitarie non sembrano migliori. Il giornalista sostiene di aver sofferto svenimenti ripetuti, problemi alla vista e all'udito, aggravati dalla carenza di cure mediche adeguate. Solo dopo l'intervento del suo legale sarebbe stato trasferito in infermeria, senza però ricevere il trattamento necessario.


Giornalisti nel mirino

L'aspetto forse più inquietante dell'intera vicenda è il sospetto che l'arresto sia stato direttamente collegato all'attività professionale di Al-Samoudi.

Nei mesi precedenti la sua detenzione, il giornalista stava documentando la situazione nel campo profughi di Jenin, dove le operazioni militari israeliane avevano provocato distruzioni diffuse e lo sfollamento di decine di migliaia di residenti. I suoi reportage raccontavano le difficoltà delle famiglie costrette a lasciare le proprie case e i tentativi di rientrare nelle aree interdette.

Secondo il Comitato per la Protezione dei Giornalisti (CPJ), citato nell'intervista, quasi cento operatori dell'informazione palestinesi sarebbero stati arrestati dall'ottobre 2023 e molti di loro avrebbero denunciato torture, maltrattamenti o altre forme di violenza durante la detenzione.

La percezione di numerosi reporter palestinesi è che Israele stia conducendo una vera e propria guerra contro la documentazione indipendente degli eventi nei Territori Occupati. Un'accusa pesante, ma che trova conferma nella sequenza di arresti, detenzioni amministrative e limitazioni imposte al lavoro giornalistico.


Le famiglie lasciate senza notizie

Alla sofferenza dei detenuti si aggiunge quella delle loro famiglie.

Dopo il 7 ottobre 2023, le autorità israeliane hanno sospeso le visite dei familiari ai prigionieri palestinesi e limitato drasticamente i contatti con l'esterno. Anche le visite del Comitato Internazionale della Croce Rossa risultano fortemente ridotte o impedite in molti casi.

I parenti spesso scoprono le condizioni dei propri cari soltanto attraverso avvocati o detenuti appena rilasciati.

È il caso della famiglia del giornalista Ausayd Al-Amarneh, detenuto amministrativo dal luglio 2025. Il padre racconta di aver appreso le condizioni del figlio da un ex prigioniero liberato dalla stessa struttura carceraria. Non può sentirne la voce, non può visitarlo, non può rassicurare i nipoti che chiedono quotidianamente quando il padre tornerà a casa.

Una questione che riguarda tutti

Naturalmente, ogni testimonianza proveniente da una zona di conflitto richiede verifiche indipendenti e rigorose. Ma proprio qui emerge un altro problema: l'estrema difficoltà di controllare quanto accade all'interno del sistema carcerario israeliano dove gli accessi sono limitati e le comunicazioni fortemente controllate.

Ciò che emerge dalle testimonianze di Ali Al-Samoudi e di altri detenuti è un quadro che solleva interrogativi gravissimi sul rispetto dei diritti umani, della libertà di stampa e delle garanzie fondamentali del diritto internazionale.

La domanda finale è inevitabile: se un giornalista può essere arrestato per un anno senza processo, privato di cure mediche adeguate, ridotto alla metà del proprio peso corporeo e poi rilasciato senza che alcuna accusa venga mai formalmente provata in un tribunale, quale messaggio viene inviato a tutti coloro che cercano di raccontare ciò che accade nei Territori Occupati?

Per Ali Al-Samoudi la risposta è chiara. L'obiettivo non è soltanto incarcerare delle persone, ma scoraggiare chiunque voglia documentare la realtà sul terreno. E questa finalità, non è soltanto un attacco contro i giornalisti palestinesi, ma contro il diritto dell'opinione pubblica a conoscere i fatti.

E poi c'è qualcuno che ancora pretende di definire democratico uno Stato canaglia come lo Stato ebraico di Israele, che nulla ha da invidiare alla Germania di Hitler, visto che fedelmente ne ricalca le orme.



Fonte: www.972mag.com/palestinian-journalists-cemeteries-for-the-living