Mafie al Nord. Lucia Musti e Vincenzo Musacchio lanciano l’allarme.
Il tema della penetrazione delle mafie nel nord dell’Italia è tornato con forza al centro del dibattito pubblico e giudiziario proprio in questi giorni, grazie a due interventi particolarmente autorevoli e netti: quelli di Lucia Musti, Procuratore Generale della Repubblica a Torino, e di Vincenzo Musacchio, docente universitario negli Stati Uniti ed esperto di mafie a livello internazionale. Entrambi convergono su un punto decisivo: nel Nord la mafia non rappresenta più un fenomeno importato o marginale, bensì una presenza strutturata, capace di fare affari attraverso la complicità e l’interazione con il tessuto economico locale.
Il Procuratore Generale della Repubblica di Torino, Lucia Musti, ha rivolto un monito al Consiglio Superiore della Magistratura, criticando la tendenza a minimizzare il radicamento mafioso nelle regioni settentrionali. A preoccupare maggiormente è un dato di metodo: i rapporti tra l’imprenditoria del Nord e la 'ndrangheta avvengono, nella maggior parte dei casi, senza la cornice tipica dell’intimidazione pubblica, cioè senza scorta, minacce esplicite o ricorso sistematico alla violenza. Secondo Musti, si tratta piuttosto di scelte autonome di ambienti “di relazioni”, con la partecipazione di colletti bianchi, professionisti e imprenditori autoctoni che preferiscono un accordo stabile, un vero “cartello” finalizzato al profitto. Questa convergenza d’interessi è reciproca e funzionale. Le mafie offrono liquidità e servizi—ad esempio smaltimento illecito di rifiuti, manodopera a basso costo, recupero crediti—mentre l’economia legale “grigia” del Nord si presta, con calcolo e strategia, a ottimizzare ricavi e competitività. Musti ha quindi chiesto che l’attenzione resti altissima e che i distretti del Centro-Nord non siano mai considerati aree “immuni”, in cui il rischio possa ritenersi attenuato o circoscritto.
L’allarme giudiziario trova un completamento rigoroso nelle analisi scientifiche del professor Vincenzo Musacchio, docente di strategie di contrasto alla criminalità organizzata e associato al Rutgers Institute on Anti-Corruption Studies di Newark. Musacchio interpreta il fenomeno sul piano strutturale ed economico, sostenendo che le mafie al Nord abbiano ormai superato la fase delle stragi e dell’ostentazione armata per adottare la strategia della sommersione. L’azione si muove soprattutto attraverso la corruzione e il potere del denaro, con un’infiltrazione meno visibile ma più persistente. Per fronteggiare le mafie contemporanee—incluse quelle transnazionali, come ad esempio quella albanese, molto radicata nel Nord—Musacchio rileva l’inadeguatezza di strumenti tradizionali e la necessità di rafforzare le misure contro i reati finanziari: monitoraggio puntuale dei flussi nei sistemi bancari, tracciamento delle operazioni e aggressione dei patrimoni anche oltre confine. In parallelo, Musacchio evidenzia con insistenza l’importanza del giornalismo d’inchiesta e della resistenza culturale della società civile, perché l’indifferenza rappresenta il terreno fertile su cui le mafie prosperano.
Per Musti e Musacchio, le mafie al Nord oggi non si presentano principalmente come potenze che conquistano territori con la forza, ma come attori che s’integrano nel mercato e nelle filiere economiche. La sfida non è soltanto repressiva: è anche culturale ed economica. Finché nel Nord continueranno a esserci imprenditori disposti a fare affari con i clan per convenienza, la criminalità organizzata conserverà la capacità di prosperare dentro il tessuto produttivo più ricco del Paese.