Esteri

Il “Consiglio” di Trump per Gaza: diplomazia spettacolo e affari travestiti da pace

Donald Trump torna a far parlare di sé sul dossier mediorientale con l'annuncio di un nuovo organismo dal nome altisonante: il “Consiglio della Pace” per Gaza. Secondo la Casa Bianca, dovrebbe essere il pilastro centrale di un piano in 20 punti per porre fine alla guerra tra Israele e Hamas e guidare la gestione temporanea e la ricostruzione della Striscia. Nei fatti, però, l'operazione appare più come un comitato d'affari e di potere politico che come un serio progetto di pace.

Trump ne sarà il presidente. Un dettaglio che, da solo, basta a chiarire l'impostazione: personalistica, autocelebrativa e fortemente politicizzata. Non a caso è stato lo stesso Trump a definire il board (consiglio) come “il più grande e prestigioso mai assemblato”, una formula che dice molto più sulla sua retorica che sulla credibilità dell'iniziativa.

Ma è la sua composizione a sollevare interrogativi ancora più seri. Tra i membri fondatori figurano il segretario di Stato americano Marco Rubio, l'inviato per il Medio Oriente Steve Witkoff e Jared Kushner, genero dell'ex presidente, amico di famiglia di Netanyahu e già architetto dei controversi Accordi di Abramo, oltre che che della criminale versione palestinese del Bantustan che aveva presentato come soluzione per la Cisgiordania!

A loro si aggiungono Marc Rowan, a capo di un fondo di private equity, il presidente della Banca Mondiale Ajay Banga e un consigliere per la sicurezza nazionale statunitense. La pace, ancora una volta, viene affidata a una miscela di potere politico, finanza globale e interessi strategici... americani.

Particolarmente controversa è la presenza di Tony Blair. Ex primo ministro britannico e protagonista dell'intervento in Iraq del 2003, Blair porta con sé un'eredità pesante, fatta di guerre giustificate con pretesti rivelatisi infondati e di instabilità regionale di lungo periodo. È vero che ha avuto un ruolo nei negoziati nordirlandesi e come inviato del Quartetto per il Medio Oriente, ma il suo coinvolgimento in un nuovo progetto di “stabilizzazione” solleva più di un dubbio. Non a caso, anche nel Regno Unito c'è chi ammette che il suo nome “faccia alzare più di un sopracciglio”.

Il punto centrale, però, non è solo chi siede al tavolo, ma chi ne resta fuori. Il futuro di Gaza viene discusso e pianificato da un board internazionale guidato dagli Stati Uniti, mentre i palestinesi compaiono solo in ruoli tecnici e subordinati. La creazione di un comitato palestinese tecnocratico per la gestione quotidiana della Striscia sembra più un'appendice che un vero centro decisionale. La sovranità, ancora una volta, è un concetto rimandato.

Il piano prevede anche il dispiegamento di una forza internazionale di stabilizzazione, guidata da un generale statunitense, Jasper Jeffers, con il compito di garantire sicurezza e “un ambiente duraturo libero dal terrorismo”. Una formulazione che, tradotta in termini concreti, significa controllo militare esterno e smilitarizzazione forzata, senza una chiara prospettiva politica per i 2,1 milioni di palestinesi che vivono a Gaza.

Nel frattempo, mentre a Washington si annunciano board, comitati e fasi del piano, la realtà sul terreno resta drammatica... per i gazawi! Il cessate il fuoco è fragile, le accuse di violazioni reciproche si moltiplicano e centinaia di palestinesi sono stati uccisi dagli attacchi israeliani anche dopo l'entrata in vigore della tregua. Le condizioni umanitarie rimangono drammatiche, come sottolineato dalle Nazioni Unite, e l'accesso agli aiuti è tutt'altro che garantito.

Il “Consiglio della Pace” rischia quindi di diventare l'ennesimo esempio di governance calata dall'alto, in cui la pace viene trattata come un progetto manageriale e la ricostruzione come un'opportunità economica. Molti nomi, molto potere, molta retorica. Ma poca chiarezza, poca legittimità e, soprattutto, pochissimo spazio per una vera autodeterminazione palestinese.

Più che un'iniziativa di pace, il piano di Trump sembra confermarsi come un esercizio di controllo politico e di gestione degli affari, confezionato con linguaggio solenne e promesse vaghe. La storia recente della regione insegna che senza giustizia, rappresentanza reale e diritti, nessun board – per quanto “prestigioso” – potrà mai portare una pace vera e, pertanto, duratura.

Autore Ugo Longhi
Categoria Esteri
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