Di “progressi” se ne sono annunciati tanti, di svolte vere nemmeno l'ombra. L'incontro tra Donald Trump e Volodymyr Zelensky a Mar-a-Lago, presentato come un passo decisivo verso la fine della guerra in Ucraina, sembra soprattutto l'ennesimo esercizio di comunicazione politica, in cui le percentuali ottimistiche sostituiscono i fatti e le ambiguità restano accuratamente irrisolte.

Secondo entrambi i leader, l'accordo di pace sarebbe ormai “al 90%” o addirittura “al 95%”. Numeri suggestivi, ma privi di un riscontro concreto. Non è chiaro cosa significhi davvero essere “quasi” alla pace quando il nodo centrale del conflitto – il Donbass – resta completamente bloccato. La Russia controlla di fatto quasi tutta la regione e non ha mai mostrato la minima intenzione di cedere su questo punto. Al contrario, continua a pretendere il ritiro delle truppe ucraine dalle aree ancora sotto controllo di Kiev. Chiamare “vicina” una soluzione quando non si è raggiunta una parvenza di accordo a partire da questo tema lascia perplessi.

La vaghezza domina anche sulla questione delle garanzie di sicurezza. Zelensky parla di una proposta statunitense di 15 anni, estendibili, mentre Kiev vorrebbe arrivare fino a 50. Trump si limita a dire che l'intesa è “quasi fatta” e che l'Europa dovrà “farsi carico di una grossa parte” dell'impegno. Tradotto: nessun dettaglio vincolante, nessun meccanismo chiaro, nessuna indicazione su cosa accadrebbe se la Russia violasse l'accordo. Senza garanzie precise e automatiche, il rischio è di ripetere lo schema già visto dopo il 2014: promesse politiche fragili, incapaci di prevenire una nuova escalation.

L'idea di colloqui trilaterali tra Stati Uniti, Russia e Ucraina, lanciata da Trump, aggiunge un ulteriore elemento di incertezza. Presentata come un'opzione “al momento giusto”, sembra più uno strumento retorico che un piano strutturato. Mosca, nel frattempo, continua a rifiutare il cessate il fuoco temporaneo proposto da Ucraina e Unione Europea, sostenendo – con l'assenso di Trump – che servirebbe solo a “prolungare il conflitto”. Una posizione che, di fatto, esclude qualsiasi referendum in Ucraina sul piano di pace, nonostante Zelensky insista sulla necessità di coinvolgere la popolazione.

Qui emerge una contraddizione evidente. Da un lato si invoca la volontà del popolo ucraino, dall'altro si accetta senza troppe obiezioni il veto russo sulle condizioni minime per esprimerla. Il risultato è un processo negoziale che proclama inclusività ma si muove entro confini decisi soprattutto da Mosca. E quando Trump afferma di “capire” la posizione del Cremlino e arriva persino a dire che Putin “vuole che la guerra in Ucraina sia considerata un successo”, la distanza tra narrazione e realtà sul campo diventa difficile da ignorare.

Anche il contesto militare smentisce l'ottimismo ufficiale. Mentre a Mar-a-Lago si parlava di documenti “quasi finalizzati”, in Ucraina continuavano gli attacchi aerei e l'intercettazione di droni da entrambe le parti. La guerra non dà alcun segnale di rallentamento, e questo rende ancora più discutibile l'idea che basti limare qualche dettaglio per arrivare a un accordo duraturo.

Il commento ufficiale di Zelensky, diffuso dopo l'incontro, segue un copione ormai noto: ringraziamenti, elogi ai team negoziali, riferimenti a “risultati significativi” e a documenti in via di finalizzazione. Ma anche qui, nessuna informazione sostanziale sui punti più controversi. Il Donbass non viene nemmeno citato esplicitamente, come se il problema potesse essere aggirato con il silenzio. È una strategia comprensibile dal punto di vista diplomatico, ma poco convincente per chi cerca risposte concrete.

Trump, dal canto suo, sembra più interessato a inserire il conflitto ucraino nell'elenco delle guerre che rivendica di aver “chiuso”, che a chiarire come intenda garantire una pace stabile. Le sue posizioni mutevoli sui territori occupati – prima ipotizzando che l'Ucraina possa riprenderli, poi facendo marcia indietro – non aiutano a costruire fiducia. Anzi, rafforzano l'impressione di un approccio più tattico che strategico, guidato dalla convenienza politica del momento.

In definitiva, l'incontro in Florida appare meno come un punto di svolta e più come una tappa intermedia di un negoziato ancora profondamente squilibrato. Senza concessioni reali da parte russa, senza garanzie di sicurezza credibili e senza un quadro chiaro sul futuro dei territori occupati, parlare di pace “quasi raggiunta” rischia di essere non solo prematuro, ma fuorviante. La percentuale sbandierata può anche rassicurare l'opinione pubblica per qualche giorno, ma sul terreno la guerra continua a dettare le sue regole. E quelle, per ora, raccontano una storia molto diversa.