Economia

Pensioni, promesse dimenticate e regole che cambiano in corso d’opera.

Tra guerre, crisi energetica, referendum e compagnia cantando, il tema delle pensioni è progressivamente scivolato ai margini del dibattito pubblico, nonostante fosse stato uno dei cavalli di battaglia del centrodestra, che aveva promesso di “superare” la Legge Fornero, ma che invece l'ha peggiorata alzando l'asticella dell'età pensionabile fino a 67 anni e sei mesi nel 2029!


Il caso di chi si avvicina ai 65 anni è emblematico: fino a pochi anni fa, con il sistema retributivo, avrebbe potuto andare in pensione a quell’età. Oggi, invece, deve continuare a lavorare per altri due anni e mezzo, pur sapendo che riceverà una pensione più bassa. Questa situazione evidenzia una delle principali criticità del sistema attuale, che fatica a trovare un equilibrio tra sostenibilità finanziaria ed equità sociale.
Le riforme previdenziali degli ultimi decenni - che però non hanno mai separato la previdenza dall'assistenza - sono state spesso giustificate dalla necessità di garantire la tenuta dei conti pubblici in un contesto demografico mutato: l’allungamento dell’aspettativa di vita e il calo delle nascite hanno reso sempre più complesso il rapporto tra lavoratori attivi e pensionati. Tuttavia, l’applicazione retroattiva delle nuove norme rischia di compromettere il principio fondamentale dei diritti acquisiti, nella fattispecie "pensione a 65 anni con il sistema retributivo"!

Chi ha costruito il proprio percorso professionale sulla base di determinati requisiti si trova improvvisamente a dover rivedere aspettative legittime, con un senso diffuso di ingiustizia.

Particolarmente delicata è la condizione di coloro che hanno svolto per decenni attività lavorative continuative, spesso con ritmi e modalità ben diversi da quelli attuali. L’organizzazione del lavoro è cambiata profondamente: oggi esistono strumenti come il lavoro da remoto, forme di flessibilità oraria, congedi e tutele che in passato erano molto più limitati o del tutto assenti. Questo mutamento alimenta la percezione di uno squilibrio tra generazioni, dove chi ha contribuito a lungo in condizioni più gravose si sente penalizzato rispetto a chi entrerà nel sistema con regole già aggiornate.

Da qui nasce una domanda di equità che non può essere ignorata. Sarebbe più giusto ed equo concentrare gli effetti delle riforme sui nuovi ingressi nel mercato del lavoro, preservando le aspettative di chi ha già maturato una consistente anzianità contributiva?

La risposta è semplice: non si può tradire il patto sottoscritto tra Stato e cittadini. Un equilibrio potrebbe essere ricercato attraverso meccanismi di transizione più graduali, che distribuiscano gli effetti delle riforme nel tempo senza colpire in modo brusco chi è ormai vicino al pensionamento.

In definitiva, il nodo centrale resta quello della fiducia: un sistema previdenziale funziona non solo se è sostenibile, ma anche se è percepito come giusto. Senza questa fiducia, ogni intervento rischia di essere vissuto non come una necessaria correzione, ma come una rottura delle regole del gioco a partita già iniziata.
Insomma, più che inseguire l’ennesima grande riforma, il punto sembra essere un altro: rispettare i diritti acquisiti.

Negli ultimi decenni il sistema previdenziale è stato oggetto di continui interventi, spesso giustificati da esigenze reali di sostenibilità. Tuttavia, ciò che ha generato maggiore malcontento non è tanto il cambiamento in sé, quanto il modo in cui è stato applicato. Modificare le regole per il futuro è una scelta politica legittima; cambiarle per chi ha già costruito la propria vita su presupposti diversi rischia invece di incrinare il rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni.

Chi ha versato contributi per una vita intera lo ha fatto contando su un quadro normativo preciso. Non si tratta di privilegi, ma di aspettative maturate nel tempo, spesso a costo di sacrifici personali e professionali. Quando queste aspettative vengono disattese, il senso di ingiustizia è inevitabile.

Per questo, più che nuove architetture complesse, servirebbe un principio semplice e chiaro: le regole si cambiano per chi entra, non per chi è già dentro il 'sistema'.
L’Italia è il Paese UE con l’età pensionabile più alta: 67 anni. Una soglia insostenibile, ma destinata a salire. Un disastro tutto italiano.
Il Governo Meloni, che aveva promesso di superare la legge Fornero, non ha fatto altro che peggiorare la situazione.
Ad oggi, l’Italia è l’unico Paese Ue con un doppio svantaggio: età pensionabile più alta e assegni pensionistici più bassi.
Ma nessuno s'incazza... neppure i diretti interessati!

DICIAMO NO ALLA FORNERO e CHIEDIAMO DI ANDARE IN PENSIONE A 65 anni!

FIRMA LA PETIZIONE>>> https://c.org/f5GrxzGmb8 
 

Autore Freeskipper Italia
Categoria Economia
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