Bonus alle imprese, salari fermi: la scelta politica che scarica il costo della crisi su chi lavora
C’è un dato che più di ogni altro smonta la narrazione del governo: 960 milioni di euro. È la cifra stanziata con il decreto Primo Maggio. Ed è anche la cifra che, di fatto, non finirà nelle tasche dei lavoratori. A denunciarlo è Maurizio Landini, ma non serve essere il leader della Cgil per cogliere l’evidenza: siamo davanti a un provvedimento che sceglie, ancora una volta, da che parte stare.
Il governo di Giorgia Meloni rivendica “misure concrete, senza propaganda”. Ma la realtà è più prosaica: incentivi alle imprese sotto forma di sgravi contributivi, bonus per le assunzioni, agevolazioni per giovani e donne. Tutto legittimo, per carità. Ma tutto concentrato su un solo lato del tavolo. Dall’altra parte, quella dei lavoratori, resta poco o nulla.
Il nodo politico: chi paga davvero?
Il punto non è tecnico, è politico. Si può davvero pensare che il problema del lavoro in Italia sia la mancanza di incentivi alle aziende? O non è piuttosto la cronica debolezza dei salari, erosi da anni di stagnazione e da un’inflazione che continua a mordere?
Landini lo dice con brutalità: “I lavoratori non prendono un euro”. Ed è difficile dargli torto. Il decreto non prevede interventi strutturali sulle retribuzioni, non affronta il tema del potere d’acquisto, non alleggerisce in modo significativo la pressione fiscale sui redditi da lavoro. In compenso, si continua a scommettere sulla solita ricetta: se aiutiamo le imprese, il benessere “sgocciolerà” verso il basso.
È una teoria vecchia, già smentita più volte dai fatti.
Il salario “giusto” e la realtà
La premier insiste sul concetto di “salario giusto”, agganciato ai contratti collettivi. Un modo elegante per evitare il confronto sul salario minimo, tema su cui l’esecutivo continua a mostrare una chiusura ideologica prima ancora che economica.
Il problema è che i contratti collettivi, in Italia, spesso arrivano tardi o non arrivano affatto. E quando arrivano, rincorrono l’inflazione senza mai raggiungerla. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: milioni di lavoratori poveri, anche a tempo pieno.
E allora la domanda diventa inevitabile: che senso ha parlare di “salario giusto” se non si interviene per renderlo davvero adeguato?
Le assenze che pesano più delle presenze
In politica, ciò che manca conta spesso più di ciò che c’è. E nel decreto Primo Maggio le assenze sono pesanti.
È sparita la norma sulla retroattività degli aumenti contrattuali, che avrebbe garantito il pagamento degli arretrati e spinto le imprese a chiudere i rinnovi. È rimasto solo un meccanismo debole, che riconosce una quota parziale dell’inflazione dopo mesi di ritardo.
Anche sul fronte dei lavori più fragili, come quello dei rider, si interviene in modo contraddittorio: da un lato si riconosce una possibile subordinazione, dall’altro si scaricano nuovi costi sui lavoratori con obblighi burocratici aggiuntivi.
Non è una svista. È una linea.
La strategia del governo: disinnescare, non risolvere
Il decreto sembra rispondere più a un’esigenza politica che economica: disinnescare il tema del salario minimo e depotenziare la pressione dell’opposizione e dei sindacati.
Non a caso, la presentazione è stata più curata del contenuto. Conferenza stampa, messaggio diretto, scenografia studiata. Ma dietro la comunicazione resta un impianto che non affronta il cuore del problema.
E mentre il governo parla di occupazione, i dati reali raccontano altro: produzione industriale in calo, crisi settoriali diffuse, decine di vertenze aperte. Il lavoro cresce, sì, ma spesso è precario, mal pagato, fragile.
Una scelta di campo
Non esistono politiche neutre. Ogni decreto, ogni misura, ogni euro speso è una scelta di campo.
Questo decreto sceglie di sostenere le imprese nella speranza che, prima o poi, i benefici arrivino anche ai lavoratori. Ma nel frattempo chiede a questi ultimi di continuare ad aspettare. Di stringere i denti. Di accontentarsi.
È una scommessa rischiosa, perché ignora un dato fondamentale: senza salari dignitosi, non c’è crescita. Senza redistribuzione, non c’è coesione sociale.
E senza risposte concrete, il Primo Maggio rischia di trasformarsi in una celebrazione vuota. Non della dignità del lavoro, ma della sua rimozione politica.


