Berlino chiede a Israele di fermarsi. Il Vaticano denuncia la “moda” della guerra e ricorda un principio elementare: i civili palestinesi “hanno il diritto di vivere in pace sulla propria terra”. Intanto, sul terreno, i dossier più sensibili — l’insediamento E1 in Cisgiordania e la presenza militare israeliana in territorio siriano — continuano ad avanzare. Ed è proprio questa asimmetria tra parole e fatti a nutrire l'evidenza che la comunità internazionale non riesca (o non voglia) fermare i crimini dello stato canaglia di Israele.

La Germania contro l’E1: “rischio di ulteriore instabilità”
Venerdì, un portavoce del ministero degli Esteri tedesco ha invitato Israele a sospendere il controverso progetto E1, avvertendo che la costruzione potrebbe generare “ancora più instabilità” in Cisgiordania e nella regione. Secondo Berlino, l’E1 rientra in una più ampia “intensificazione” della politica degli insediamenti che la Germania dice di osservare da tempo e che, in concreto, rischia di limitare ulteriormente la mobilità della popolazione palestinese e di compromettere la prospettiva della soluzione a due Stati. 

Il punto è che l’E1 non è un insediamento qualunque. Parliamo di una fascia di territorio tra Gerusalemme e la grande colonia di Ma’ale Adumim: un corridoio desertico discusso da oltre due decenni e spesso congelato anche per pressioni statunitensi nelle amministrazioni precedenti. Oggi, però, i piani hanno superato l’ultimo ostacolo formale prima dell’avvio dei cantieri: un bando governativo pubblicato a dicembre apre di fatto la strada alla fase esecutiva. 

Perché l’E1 è “speciale”: la geografia che decide la politica
La contestazione internazionale nasce soprattutto dalla mappa. Se l’E1 venisse costruito, Ma’ale Adumim verrebbe collegata in modo ancora più diretto a Gerusalemme, consolidando un blocco contiguo di insediamenti che entra in profondità nella Cisgiordania occupata. I critici sostengono che questo “taglierebbe” la Cisgiordania, rendendo molto più difficile immaginare uno Stato palestinese territorialmente contiguo.

Sul piano del diritto internazionale, gli insediamenti nei territori occupati dal 1967 “non hanno validità legale” e costituiscono una violazione del diritto internazionale (un punto ribadito, tra l’altro, dalla Risoluzione 2334 del Consiglio di Sicurezza. A questo si aggiunge l’orientamento espresso dalla Corte internazionale di giustizia nel parere consultivo del 19 luglio 2024 sulle “politiche e pratiche” nei Territori palestinesi occupati, che ha giudicato illegale la presenza israeliana e ha richiamato obblighi anche per gli Stati terzi in termini di non riconoscimento e cooperazione per porre fine alla situazione. 

Nella politica interna israeliana, il progetto E1 è diventato anche un simbolo: il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich — figura chiave dell’ala più nazionalista della coalizione — ha sostenuto che l’accelerazione degli insediamenti serve a “cambiare i fatti” sul terreno e a rendere impraticabile la nascita di uno Stato palestinese!!!

La Siria come “zona cuscinetto”: la dottrina Katz e la questione drusa
Lo stesso schema (argomento securitario, consolidamento territoriale, reazioni internazionali limitate) ricompare a nord, sul fronte siriano.

In una dichiarazione ripresa dall’agenzia Ma’an, il ministro della Difesa israeliano Israel Katz afferma che Israele “garantisce la sicurezza dei drusi in Siria” e non permetterà che subiscano danni. Descrive una “nuova politica di sicurezza” — formulata come lezione del 7 ottobre — che punta a separare le “forze jihadiste” dalle comunità israeliane, indicando che le truppe israeliane controllano la vetta del Monte Hermon e una “zona di sicurezza” in profondità nel territorio siriano, con l’obiettivo di proteggere gli insediamenti del Golan e della Galilea da minacce esterne (milizie jihadiste, elementi palestinesi legati a Hamas e Jihad islamica, e forze filo-iraniane). 

Questo discorso, però, si innesta su un contesto esplosivo: dopo il rovesciamento di Bashar al-Assad, Israele ha avanzato le proprie truppe oltre la linea precedente, entrando in aree siriane e nella zona cuscinetto legata all’accordo di disimpegno del 1974. E proprio su questo punto, Siria e Israele hanno ripreso colloqui di sicurezza mediati dagli Stati Uniti, con Damasco che chiede il ritiro israeliano alle posizioni precedenti e Israele che, al contrario, vuole garanzie di demilitarizzazione e protezione delle minoranze.

Sul Golan, inoltre, esiste un precedente giuridico spesso citato: la Risoluzione 497 del Consiglio di Sicurezza (1981) dichiara “nulla e priva di effetti legali internazionali” l’estensione delle leggi israeliane al Golan siriano occupato, riaffermando il principio di non acquisizione di territorio con la forza. 

Il Papa: “I civili palestinesi hanno diritto a vivere in pace sulla loro terra”
Nel mezzo di queste dinamiche, arriva un richiamo politico e morale dal Vaticano. Nel suo discorso annuale al corpo diplomatico, il Pontefice ha ribadito il sostegno della Santa Sede alla soluzione a due Stati e ha denunciato l’aumento della violenza in Cisgiordania contro i civili palestinesi, che “hanno il diritto di vivere in pace sulla loro terra”, sottolineando anche il deterioramento del multilateralismo e la progressiva sostituzione della “diplomazia del dialogo” con una “diplomazia della forza”.

Il Papa ha collocato il conflitto in una tendenza globale più ampia: il ritorno della guerra come strumento ordinario di politica internazionale e l’erosione del principio — nato dopo la Seconda guerra mondiale — che vieta l’uso della forza per violare i confini altrui. 

Il nodo vero: parole, condanne… e (poche) conseguenze
Qui si arriva alla domanda implicita: se le reazioni alla violazioni e ai crimini compiuti dallo Stato ebraico restano esclusivamente verbali, perché Israele dovrebbe fermarsi?

La realtà è più sfumata di “zero sanzioni”, ma la sostanza del problema resta: le misure coercitive sono state ridicole, frammentate e spesso mirate, e mai hanno inciso sulla direzione complessiva della politica degli insediamenti.

In parallelo, sul fronte politico, varie capitali hanno firmato dichiarazioni congiunte di condanna sull’espansione degli insediamenti e sull’approvazione di nuovi avamposti, richiamando la legalità internazionale e i rischi per la stabilità regionale... ma senza mai dar seguito pratico ai richiami.

Il punto, quindi, non è che manchino gli strumenti per fermare uno Stato canaglia come quello di Israele: è che volutamente non vengono applicati. Ma allora a che serve il diritto internazionale se non ne viene fatto uso? E perché Hamas dovrebbe essere definito un movimento terrorista e non altrettanto uno Stato come quello israeliano che commette crimini ancor più grandi, evidenti e continuati?