Le parole del ministro della Cultura israeliano Miki Zohar non sono una gaffe, né un'uscita isolata: sono la fotografia nitida di un'ideologia coloniale che Israele porta avanti da decenni e che oggi non sente più nemmeno il bisogno di mascherare. Dire che Gaza “appartiene a Israele” e che i palestinesi sono semplici “ospiti temporanei” è un'affermazione di una gravità estrema, che cancella con una frase il diritto internazionale, la storia e l'esistenza stessa di un popolo.
Secondo Zohar, membro del Likud, Israele non occupa Gaza, non occupa la Cisgiordania, non occupa nulla. Tutto apparterrebbe allo Stato ebraico. I palestinesi, al massimo, vengono tollerati. È il linguaggio tipico di ogni potenza coloniale: la terra è nostra per diritto divino o militare, chi la abita da generazioni è un intruso di passaggio. Non è politica culturale, è propagandare la pulizia etnica.
Ancora più inquietante è il tempismo. Mentre gli Stati Uniti spingono per la seconda fase dell'accordo su Gaza — che prevede il ritiro delle truppe israeliane e l'avvio della ricostruzione di un territorio devastato — un ministro del governo Netanyahu rivendica apertamente la proprietà israeliana della Striscia. In altre parole: mentre si parla di pace, Tel Aviv ribadisce che non intende mollare nulla.
E non è solo Gaza. Zohar estende la stessa logica alla Cisgiordania, ribattezzata con il lessico biblico di “Giudea e Samaria”, come se cambiare nome potesse cancellare l'occupazione. “Non siamo occupanti nella nostra terra”, dice. Un'affermazione che ignora deliberatamente la storia, le risoluzioni ONU, le sentenze internazionali e la realtà quotidiana di milioni di palestinesi sottoposti a controllo militare, espropri e segregazione.
I fatti, però, parlano più delle dichiarazioni. Mentre Israele si proclama vittima e proprietaria legittima di tutto, continua a espandere gli insediamenti illegali in Cisgiordania. Il progetto E1, approvato dall'amministrazione civile israeliana, non è un dettaglio urbanistico: è una mossa strategica per spezzare in due il territorio palestinese e isolare definitivamente Gerusalemme Est dal suo contesto naturale. È la distruzione deliberata di qualsiasi possibilità di uno Stato palestinese contiguo.
Chiamare i palestinesi “ospiti” è l'ultimo stadio della disumanizzazione: non cittadini, non abitanti, non titolari di diritti, ma presenze temporanee che possono essere rimosse quando smettono di essere comode. È una retorica pericolosa, perché prepara il terreno a nuove espulsioni, nuove violenze e nuovi “fatti compiuti”.
Il governo israeliano non sta difendendo la propria sicurezza (come è evidente da tempo): sta rivendicando un diritto assoluto sulla terra, negando quello altrui. E quando un ministro lo dice senza imbarazzo, significa che quella visione non è marginale, ma centrale... e non solo nel governo, ma anche nella società israeliana... perlomeno di parte ebrea. Chi continua a parlare di “conflitto complesso” dovrebbe iniziare a chiamare le cose con il loro nome: colonizzazione, apartheid e genocidio.
Qui non si tratta di opinioni. Si tratta di potere, armi e impunità. E di un popolo ridotto, per decreto politico, a “ospite” nella propria casa.
Chi ignora tutto questo non può che esserne complice.


