Nuove rivelazioni gettano ombre pesanti sul ministero della Giustizia in relazione alla gestione del caso Almasri, il generale libico accusato di crimini di guerra e ricercato dalla Corte Penale Internazionale, arrestato in Italia e poi incredibilmente rimpatriato su un volo di Stato. Dietro quello che inizialmente poteva sembrare un "errore procedurale" emergono invece responsabilità precise, omissioni gravi e persino versioni false fornite al Parlamento.

Secondo le informazioni emerse da fonti interne al ministero della Giustizia, il Guardasigilli Carlo Nordio avrebbe avuto tutto il tempo e gli strumenti per bloccare il rilascio di Almasri, come segnalato anche dalla Corte d'appello di Roma. La mancata trasmissione formale dell'atto di accusa dell'Aja e l'inerzia del ministero sono stati determinanti nella liberazione del criminale.

Già dal pomeriggio di domenica 19 gennaio, infatti, gli uffici di Nordio erano tutti informati dell'arresto. Una mail delle 15:28 dimostra che Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto del ministro, era stata avvisata e aveva dato disposizione di mantenere il massimo riserbo, invitando a usare Signal per le comunicazioni più delicate e a evitare mail o protocolli ufficiali. Tutto documentato. Eppure, Nordio ha sostenuto in Parlamento di essere stato informato solo il giorno dopo, lunedì 20 gennaio. Una bugia bella e buona.

A smentire la versione del ministro non ci sono solo i documenti interni, ma anche il tempismo degli atti ufficiali. Alle 14:35 di domenica, Luigi Birrittieri, capo del Dipartimento Affari di Giustizia, aveva già segnalato a Bartolozzi l'irregolarità della procedura, sottolineando che "potrebbe emergere la necessità di atti urgenti a firma dell'On. Ministro".

Non solo: sulla piattaforma Prisma era già stato caricato l'atto di accusa della Corte dell'Aja, come confermato dal Corriere della Sera. Dunque il ministero disponeva già della documentazione necessaria per intervenire. Il ministro, però, non ha mosso un dito.

Il lunedì successivo, a giochi ancora recuperabili, Birrittieri trasmette a Nordio — tramite Bartolozzi — la bozza del provvedimento che avrebbe consentito di trattenere Almasri in carcere e consegnarlo alla giustizia internazionale. Ma il ministro si è rifiutato di firmarla. Il giorno dopo, martedì 21 gennaio, la Corte d'Appello ha deciso per la liberazione del torturatore libico, vista l'assenza di un atto formale da parte del ministero e di un parere conforme della procura generale.

La posta in gioco non era solo giudiziaria. Come rilevato dallo stesso Birrittieri nella sua mail, si trattava di una questione "di valenza politica di non trascurabile entità", con impatti sullo scenario nordafricano. Ma a quanto pare, in nome di equilibri geopolitici o per evitare tensioni con la Libia, si è preferito lasciar scappare un criminale di guerra piuttosto che adempiere agli obblighi internazionali.

Nel frattempo, il Tribunale dei ministri ha concluso le indagini e si attende la decisione sulla richiesta di rinvio a giudizio (o archiviazione) per Giorgia Meloni, Carlo Nordio, Matteo Piantedosi e Alfredo Mantovano. Ma il quadro che emerge già ora è quello di una gestione opaca e potenzialmente dolosa, che ha permesso a un torturatore di farla franca.

Dietro la vicenda Almasri non c'è solo un errore burocratico, ma una concatenazione di omissioni, insabbiamenti e falsità istituzionali. E la responsabilità non è generica o diffusa: ha nomi, ruoli e compiti precisi. Lasciare fuggire un criminale internazionale per negligenza — o peggio, per calcolo politico — non è solo un fallimento dello Stato di diritto, è un atto di complicità.